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17 gennaio 2016

Eduard Limonov: io, l'intellettuale bolscevico che odia Putin e Gorbaciov (tratto da "La Repubblica" del 13 gennaio 2016)

Lo scrittore maledetto si presenta in versione dimessa. Ma poi riemerge l'agitatore impegnato in una guerra personale contro i leader russi passati e presenti (e Brodskij, Solgenitsyn, Sacharov, Bulgakov...).  Quanto al libro che gli ha dedicato Carrère: «Perché fare precisazioni? Mi ha reso famoso. Va bene così»



MOSCA. Ma con chi stiamo parlando? Che tipo è quest'omino piccolo e magro con la barbetta alla Trotskij che continua a fissare il pavimento di linoleum e le verdastre pareti spoglie di una casa di periferia? Leggendo la storia della sua vita, ricostruita con qualche pennellata romanzesca da Emmanuel Carrère (Limonov, Adelphi), ci aspettavamo un eroe romantico e contraddittorio, una canaglia sfrontata e senza limitazioni piccolo-borghesi, uno scrittore maledetto, un po' sognatore rivoluzionario e un po' fanatico nazifascista. Ed Eduard Limonov deve essere più o meno fatto veramente così. Solo che non si vede. Sarebbe troppo facile. Stupire, spiazzare gli interlocutori, è la prima regola per un personaggio del suo stampo. Per questo si diverte a offrirci una versione dimessa ed eccessivamente senile per i suoi 69 anni. Guarda compiaciuto il libro fresco di stampa con l'aria finto umile del vecchietto che non credeva di meritare tanta notorietà. E ci concede perfino un banale sguardo nostalgico dei bei tempi andati tastando affettuosamente la copertina che lo ritrae giovane e spudorato da qualche parte degli Stati Uniti anni Settanta con un cappotto tutto alamari e spalline dell'Armata Rossa che fu. «Certo che diventare un mito dà un certo piacere. Ma un libro è un libro. C'è del vero e c'è del falso. Lasciamo perdere i dettagli». Avvertimento preciso. In questa chiacchierata non si parlerà di sesso. Nessun commento sugli episodi più scabrosi: lui che sodomizza la sua donna davanti alla tv che trasmette un discorso di Solgenitsyn; il suo concedersi a un giovane nero dietro a un cespuglio di Central Park; le sue avventure con partner di ogni genere e sesso; le sei mogli amate e perdute nel tempo, compresa la tenera sedicenne sposata quando lui aveva già superato i 55. «Perché contraddire o fare precisazioni su Carrère? Mi ha reso famoso. Va bene così».
Tutto bene tranne una cosa. La definizione che di Limonov ha dato lo scrittore francese: «Un genio con una vita di merda».
«Vita di merda lo dice lui. Io sono felice di quello che ho visto e che ho fatto. Quando sono nato, in un paesino sovietico di poveri operai ucraini, non avevo alcuna chance. Sarei morto di vodka e disperazione lavorando in qualche fabbrica».
E invece, una lunga cavalcata sempre controcorrente. I circoli letterari di Mosca, i primi romanzi, la fuga in America e la scoperta che quello non era proprio un mondo ideale.
«Mai avuta tanta simpatia per l'America e per il suo stile di vita. Avessi potuto scegliere sarei andato in Italia, o comunque in Europa. Anche in America mi ritrovai a contestare il sistema. D'altra parte i miei riferimenti, i miei amici, erano tutti legati alla sinistra europea. Che allora era più antiamericana dell'Urss».
E insieme alla insofferenza per il capitalismo americano venne fuori l'avversione per una vasta categoria di dissidenti sovietici che lì avevano trovato denaro e successo.
«Ho parlato spesso molto male di Brodskij. Ho i miei motivi. È stato un buon poeta, ma sopravvalutato. La sua fama mondiale non è dovuta al suo talento ma alle sue capacità imprenditoriali».
Lei invece?
«Non riuscii a pubblicare neanche una mia opera. Non ero bravo come Brodskij a lavorarmi editori e mass media».
Se è per questo ha parlato malissimo anche dell'altra icona dei dissidenti dell'epoca Aleksandr Solgenitsyn.
«Sì, è vero. In quegli anni non potevo soffrire i dissidenti di mestiere come Solgenitsyn e Andrej Sakharov. Li consideravo falsi, costruiti. Adesso però riconosco la loro grandezza».
Limonov pentito?
«Non esageriamo. Ammetto che la loro influenza è stata utile. E mi fanno pena per quello che hanno lasciato. Solo macerie. Solgenitsyn, che vagheggiava l'unione panslava di Russia, Ucraina e Bielorussia, ha visto morire i suoi sogni già nel '91. Mi mette tristezza pensare ad un uomo che vede crollare in diretta il suo sogno filosofico».
E Sakharov?
«Lui almeno non ha potuto vedere come è finita la sua coraggiosa battaglia. Non saprà mai di aver contribuito a fare arricchire i nuovi ladruncoli democratici».
Giudizi duri e sprezzanti anche su altri scrittori molto amati in Occidente e adesso mitizzati anche i Russia. Non ci sarà un po' di invidia?
Per la prima volta Limonov sembra arrabbiarsi: «Ma figuratevi se invidio gente come Bulgakov, per esempio. Il Maestro e Margherita è un'operina banale infarcita di intellettualismi da quattro soldi. Ma il suo capolavoro è Cuore di cane, zeppo di ripugnante razzismo sociale e di un disgustoso disprezzo per la classe operaia».
E non è finita.
«Vogliamo parlare di Venedikt Erofeev e del suo Mosca-Petuski? Una robetta presuntosa senza alcun valore letterario».
Ecco che piano piano affiora il Limonov che ci aspettavamo. L'uomo che ha smesso di scrivere romanzi dopo i successi del periodo francese e che si è dedicato alla sua guerra personale contro Putin tra le fila di un neo partito bolscevico.
Ma che vuol dire bolscevico nella Russia del 2012? Nostalgia di un passato dimenticato?
«In un certo senso sì. Molte cose andavano cambiate, adeguate ai tempi. Ma la distruzione di tutto è stato un errore gravissimo. Un disastro. Per questo non perdonerò mai Gorbaciov e Eltsin».
Gorbaciov in particolare.
«Per lui ci vorrebbe la ghigliottina, lo scriva. Voi occidentali continuate a considerarlo un eroe. Ma qui in Russia non lo sopporta nessuno. Vi siete mai chiesti il perché?».
In effetti sì, ma non ci sono molte risposte ragionevoli.
«Perché ha smantellato il Patto di Varsavia, ci ha fatto perdere tutto quello che controllavamo. Ha fatto riunire la Germania devastando ogni equilibrio in Europa». E la teoria di Limonov diventa elementare e diretta: «La Germania Unita ha per esempio fomentato la guerra in Jugoslavia. Le migliaia di vite perdute nella guerra dei Balcani sono tutte a carico del signor Gorbaciov».
Possibile che Gorbaciov sia un suo nemico più di Putin stesso?
«Certo che sì. Su Putin ho un atteggiamento freddo. Ci ha tolto la libertà, è vero. E lo combatto per questo. Ma con lui almeno si sopravvive. Negli anni del caos di Eltsin invece si faceva fatica pure a trovare il pane».
Dunque Putin meglio di Eltsin.
«Diciamo che la priorità è il pane. Poi viene la libertà. Dunque prima ero contro Eltsin e adesso contro Putin per motivi diversi».
Ma come fa a proporre ancora un modello bolscevico?
«Il partito bolscevico nacque in Germania prima della Rivoluzione. È a quello che mi ispiro. Diciamo che è una via di mezzo tra libertà individuale e giustizia sociale».
Intanto, così per restare controcorrente, il suo manipolo di fedelissimi diserta le grandi manifestazioni e preferisce protestare in disparte. Lui viene arrestato quasi ogni volta. Sconta una settimana o due di carcere. Poi torna fuori. «Non mi fido dei giovanotti piccolo-borghesi che protestano adesso. Sono confusi, velleitari, e sono manipolati da vecchi politicanti come Nemtsov che fanno il gioco del Cremlino. Tra un po' la moda passerà e io e i miei bolscevichi resteremo da soli contro questo regime».
Ma non sarà un po' geloso della popolarità di scrittori come Boris Akunin e Ljudmjla Ulitskaja che contestano in piazza mentre i suoi romanzi in Russia li leggono in pochi?
«Akunin è uno scrittore? Mi giunge nuovo. È un compilatore di gialli dozzinali che ha fatto i soldi e ora cerca altra notorietà. Ha venduto moltissimo da quando voi lo intervistate in piazza. La Ulitskaja poi, una romanziera mediocre che si ostina in un genere letterario ormai superato».
Cioè?
«Il romanzo, appunto. È nato nell'Ottocento, ma adesso non vale più niente. È una forma plebea di letteratura. E lo dico io che ne ho scritto 25 di buon livello. Adesso ho smesso. Mi dedico ai saggi. I romanzi sono ormai roba per adolescenti ignoranti».
E cosa dovrebbe scrivere uno scrittore moderno?
«La verità nuda e cruda. L'altro giorno rileggevo i verbali delle testimonianze nei miei confronti in uno dei tanti processi contro di me. C'erano le voci di decine di personaggi reali. Una densità drammatica che nemmeno Shakespeare sarebbe riuscito a realizzare. E comunque io non mi considero nemmeno uno scrittore».
Altro colpo di scena, come dobbiamo definirla allora?
«Un intellettuale. Che è ben diverso da essere un membro della intelligentsja. Di quelli ce ne sono tanti, in tutte le epoche. Si limitano a propagandare quello che gli intellettuali veri hanno elaborato almeno vent'anni prima».
E lei che cosa ha elaborato per le generazioni future?
Ghigno soddisfatto, gesto teatrale del braccio, voce in leggero falsetto con un pizzico di autoronia: «Rilegga con attenzione il libro di Carrère, qualcosa troverà».


Tratto da: http://www.repubblica.it/venerdi/interviste/2016/01/13/news/eduard_limonov_io_l_intelletuale_bolscevico_che_odia_putin_e_gorbaciov-131341860/



12 giugno 2015

"Cuore di Strega". Poesia by Luca Bagatin

Cuore di Strega
(a Giusyrene)


Cuore che pulsa

Cuore fatato

Cuore che vola

Fuori dal mondo malato.

Cuore di Strega

e che mi ha stregato.

Cuor che l'Amore

ha purificato.

Cuor che la notte

dolce essa sia.

Cuore che scriver m'ha fatto

questa poesia.

Cuore che batte,

sento i rintocchi.

Brilla la luce dei verdi

tuoi occhi.

E ora Strega che dirti di più.

Un bacio ti dono,

sono il tuo Belzebù.


(Luca Bagatin)



29 marzo 2015

Intervista sbarazzina ed esclusiva di Luca Bagatin alla "sexy star" Marika Vitale



Marika Vitale è una simpatica amica che, già dal cognome, sprizza una certa vitalità.

Marika Vitale è un'assicurazione sulla vita, praticamente un vitalizio di erotismo.

Marika Vitale è di origine siciliana, ma vive a Firenze ed il suo accento con l'”h” sensualmente aspirata, non la tradisce.

Marika Vitale sembra una ragazza immagine, ma, in realtà, è una ragazza che non ti immagineresti mai. Come a dire: oltre alle gambe ed anche al resto, c'è di più.

Come amo dire, anche se, puntualmente, non vengo creduto (ma non necessariamente smentito !) trovo che la parte più erotica di una "sexy star" (e di una donna, in generale) sia l'anima.
Ed è anche la parte che mi piace scoprire...di più.

Per questo quella che segue è la mia intervista in esclusiva a Marika Vitale. Senza pretese, priva di malizia, ipocrisia e tabù.



Luca Bagatin: Chi è Marika Vitale ? Presentati brevemente.

Marika Vitale: Marika Vitale è una ragazza ambiziosa e che ha degli obiettivi....un po' stramba a volte...difficile capirla !


Luca Bagatin: Che cosa significa essere una “sexy star” ? Ovviamente c'è differenza fra “sexy star” e “pornostar”...

Marika Vitale: Si c'è differenza ! Noi sexy star facciamo spettacoli hard e sottolineo solo spettacoli nei locali di lap dance o night club, assolutamente non privati ! La pornostar, invece, gira anche film porno.


Luca Bagatin: Come hai iniziato la tua carriera da “sexy star” ?

Marika Vitale: Ho iniziato come tutte facendo lap dance e guardavo sempre le ospiti quando venivano nei locali dove lavoravo e...le ammiravo ! Cosi ho preso coraggio e mi sono buttata. Volevo anch'io essere un'icona erotica.


Luca Bagatin: Che cos'è per te l'erotismo ? E la sensualità ? Per te c'è differenza ?

Marika Vitale: Secondo me non c'è differenza. L'erotismo e la sensualità cercano di esprimere la stessa cosa: la passione....è differente dalla volgarità.


Luca Bagatin: Che cos'è per le la volgarità ?

Marika Vitale: Il porno ad esempio.


Luca Bagatin: Molti pensano che le “sexy star” siano “ragazze facili” nella vita privata. I più informati – come me, che amo tutto ciò che è erotico, ovvero non pornografico – sanno che non è così. Vuoi sfatare questa triste “leggenda metropolitana” ?

Marika Vitale: Le persone che pensano così sono solo degli ignoranti. Mi dispiace dirlo, poverini... Per carità ci sono sexy star che fanno anche le escort che hanno anche gli annunci nei siti, ma non tutte per fortuna !


Luca Bagatin: Quali sono i tuoi interessi, le tue passioni ?

Marika Vitale: Ne ho molte ! Sono un'amante dell'arte e della Storia antica. Amo la letteratura italiana e molte altre cose...


Luca Bagatin: Ma dai ! Che autori preferisci ? Mi interessa molto.

Marika Vitale: Amo Dante Alighieri, il Vate della letteratura ! Lo rileggerei all'infinito !


Luca Bagatin: Riscuoti grande successo fra noi maschietti, ma il tuo rapporto con le donne com'è ?

Marika Vitale: Beh la risposta è ovvia: le ragazze che non fanno o che non hanno mai fatto parte di questo settore ti giudicano e puntano il dito su di noi, del tipo: "l'ira funesta si abbatterà su di voi" !!!! Nel nostro mondo c'è molta concorrenza, c'è chi invidia, c'è chi no... Io personalmente non invidio nessuno. Sono quella che sono.


Luca Bagatin: Come si vede Marika Vitale “da grande” ?

Marika Vitale: Da grande ? Penso di essere già vecchia ! Ahahahah scherzo ! Non ne ho idea...forse vorrei aprire dei negozi, non so, magari diventerò un imprenditrice ! Ok sto sognando !

Luca Bagatin: Se mi posso permettere, io ti auguro di rimanere sempre così come sei. Non omologarti mai !


Luca Bagatin



23 gennaio 2015

INTERVISTA PER BEPPE SALVIA a Mauro Biuzzi nel 30° ANNIVERSARIO della morte (1985-2015) (tratta da www.lanotiziah24.com e www.asinorossoferrara.blogspot.it)

Riproduciamo l'interessante intervista di Roberto Guerra a Mauro Biuzzi, fondatore e Segretario del Partito dell'Amore, nonché artista e co-fondatore della rivista "Braci" alla fine degli Anni '80 assieme - fra gli altri - al poeta Beppe Salvia a cui è dedicata l'intervista medesima.
A trent'anni dalla morte.

L'intervista è tratta dai siti: www.lanotiziah24.com e www.asinorossoferrara.blogspot.it


INTERVISTA PER BEPPE SALVIA a Mauro Biuzzi nel 30° ANNIVERSARIO della morte (1985-2015)
 Dicembre 2014

Il poeta Beppe Salvia: foto opera di Mauro Biuzzi

D1- Mauro Biuzzi, Beppe Salvia, alla ricerca di un grande poeta “perduto”?

R1- Mauro Biuzzi Ecco, qui ti vorrei rispondere anche alla terza domanda, immettendo i due contenuti in una risposta a senso unico: il modo in cui Beppe ci indicò il nostro destino e la nostra inerzia nel capire e cambiare, il suo vaticinio incompreso… “una fila di bottoni sul panciotto è tale. un cielo è un cielo. disinteressati alla fuga prospettica.” (idea cinese, 1987).

Ho sempre sostenuto che Beppe non fu profeta ma oggi preciso che certamente fu Vate. A proposito della “finziocrazia” dominante, devo premettere che questa mia “anti-prospettiva di verità e di amore” per Beppe è costata dieci anni fa la vergognosa esclusione dei miei due scritti su di lui (Manifesto di Piazza Pio XI del 1990 e La Leggenda Aurea del 2005) dalle sue bibliografie ufficiali, pubblicate nei vari volumi che uscirono nel ventennale della morte. Libri nei quali peraltro stava scritto a proposito della rivistaBraci, alla cui fondazione partecipammo a vent’anni: “I giovani poeti negli anni Ottanta si incontrarono nell’ambiente universitario della Facoltà di Lettere, o ancor prima, sono legati da rapporti di amicizia che risalgono all’adolescenza o alla scuola, come quello fra Claudio Damiani e Giuseppe Salvatori, fra Beppe Salvia e Mauro Biuzzi.” (F. Giacomozzi, Campo di battaglia, 2005). E pure scrivevano che Beppe mi aveva chiesto di lavorare alla copertina, alle immagini e all’impaginazione del suo primo libro, Elemosine Eleusine, lavoro inedito poiché interrotto dal suo suicidio.

Ecco, da allora non mi stanco di ripetere, senza alcun pudore nichilista, che il suicidio di Beppe è la pietra di inciampo di tutte le analisi letterarie su di lui, che non riescono in alcun modo a valutare questa morte cristologicamente, ovvero in maniera consequenziale alla sua vita poetica, al nostro Urbi et Orbi. Ecco, romanamente. Antropologicamente. Nemmeno ci provano a farlo, queste analisi pseudo-testuali, chiuse come sono nei linguaggi di genere, nella resa al nichilismo linguistico, al porno per il porno. Analisi “esistenziali” che invece si producono ormai a iosa nei mercati dove si mitizzano, a distanza di sicurezza, la morte di Pasolini o di Modigliani o di Rimbaud o di Anna Frank. 

Questo capita perché il suicidio di Beppe è ancora un gesto di vitalità insostenibile per l’esangue e pavida generazione terminale a cui appartenne: inarrivabile, incomprensibile. E anche perché quel suicidio fu un suo inequivocabile e precoce sottrarsi a quel mercato delle pulci nel quale si sarebbe trasformata, dagli anni novanta, la catena che alimenta la cultura in Italia e nel mondo, a seguito dello sterminio sistematico dei pochi grandi predatori a favore della proliferazione dei tanti piccoli specialisti. Negli anni ottanta non bastava più non partecipare, come Beppe fece, a quel triste dopolavoro detto, con umorismo involontario, “Festival dei Poeti”.

Ecco, va detto chiaramente che per non cibarsi a vita nella ciotola del canile della Casa delle Letterature, Beppe dovette prevedere il suicidio. Annunciato, per l’esattezza, nel suo ultimo travestimento, il servo corvino del conte Mario: “Il valletto si era suicidato.” (Un uomo buono le sue dolci colpe, 1985). A trent’anni dalla sua morte, se facendo zapping ci si sofferma sulle chiacchiere rosa o anche solo sulle facce rosa dei “giovani” manager cresciuti a tartine, dai bar dei musei fino ai ghetti dorati delle tv tematiche, il suo suicidio diventa precisa chiave stilistica o di poetica, come il seppuku dei Samurai che nel 1945 non accettarono la resa del Giappone e un Ordine che non fosse fondato sull’Immortalità del corpo. “un cielo è un cielo” significa che non si diventa uomini passando la vita a lucidare i pantaloni alle letture pubbliche o a consumare le suole sui red carpet delle Expò Universali. Bensì che si deve “redimere la terra e fondare le città” (Benito Mussolini, Pino Pascali e Pier Paolo Pasolini su Sabaudia).

 

Ritardare ancora questa interpretazione integrale e dissidente del caso di Beppe, magari con un mea culpa o un’abiura, è a mio avviso un atto di alto tradimento del patrimonio culturale italiano, del quale Beppe è l’espressione più recente. Interpretazione che se ancora omessa omertosamente merita la degradazione sul campo per quelli che, come me, vi furono testimoni.

“Non è semplice chiedere questo; è come sedurre il destino, ma nell’opera è l’opera. Il merito e il valore ce ne disinteressiamo.” (Il lume accanto allo scrittoio, 1980). E insieme: “Se contro il suicidio l’Eterno non avesse elevato la sua legge.” (W. Shakespeare, Amleto, 1600). Il vaticinio di Beppe, come una maledizione, si è puntualmente realizzato se si guarda alla definitiva sterilità creativa alla quale ha condotto il cosiddetto “sistema della cultura” dominato dal Mercato (dove l’opera non è altro che un equivalente del suo valore di scambio corrente), nel quadro della generale recessione della civiltà occidentale dominata dalla cultura finanziaria: lo sviluppo senza progresso. 

Offensiva recessiva che non a caso ha portato alla fame la nostra terra d’origine universale, la Grecia. Spinto al suicidio centinaia di piccoli imprenditori, discendenti di quegli umanisti fiorentini che hanno inventato l’impresa, in Italia (in origine fu Raul Gardini, 1993). Ha condotto allo sterminio e alla macelleria gangsteristica l’idea stessa di unità delle civiltà mediterranee tanto cara a Carl Gustav Jung e alla nozione di “inconscio collettivo”, che secondo lui era nato dalle profondità di questo caldo mare interno, dal quale infatti rinacque Venere secondo Botticelli. Ha stuprato la Venere Urania della nostra tradizione: ibernandola nella Paolina Borghese secondo Canova,  indemoniandola a Parigi secondo Modigliani (per colpa delle Damigelle di Avignone secondo Picasso), divizzandola a Roma grazie all’uso di Fontana di Trevi come un bidè postmodern italoamericano, secondo Fellini, il Toulouse-Lautrec de noantri.

Da lì alla Moana secondo Schicchi il passo è breve, ma andava stoppato. Ed io l’ho fatto. E solo grazie a Beppe. In breve, dunque, nell’occasione di questo trentennale della morte di Beppe Salvia posso dare la notizia che i disastri prodotti dall’attuale “degrado finziocratico mondiale” si erano manifestati per la prima volta, ben peggio di un virus Ebola, a danno di un piccolo gruppo di giovani sodali italiani che non distinguevano tra vita ed arte, e le cui alterne vicende si conclusero impietosamente col suicidio di Beppe, al quartiere Aurelio di Roma, nel 1985.

Noi siamo stati infatti l’ultimo gruppo di giovani che poterono legare la propria formazione ai luoghi e alle strade della città di Roma (prima della globalizzazione, dei non-luoghi, del territorio e di Internet, che ha spostato neisocial network  tutte le relazioni). Giovani che, con un biglietto di sola andata, si innalzarono dalle nuove periferie fino alle piazze monumentali, prima che Roma tornasse ad essere la sede della solita corte barocca che la occupa da oltre due millenni, un cartellone pubblicitario al Circo Massimo sotto il quale mendicanti di tutte le razze litigano per strapparsi un posto riscaldato dai riflettori, una nuova frontiera amalfitana zeppa di camerieri al solito servizio delle botteghe del Gran Tour, del Premio Oscar, del Papa straniero e dei figliastri del Marchese del Grillo. Cristo è sempre fermo a Fiumicino, dalla madre di Agostino.

 

D2- Mauro, più nello specifico, secondo te, quale la cifra letteraria del poeta?

R2- Mauro Biuzzi La cifra di Beppe è lo zero e la sua lettera è la X, in modo che se sovrapponi questi due segni di stasi viene fuori il logo della ruota, del movimento. Se poi ruoti questo logo di novanta gradi ti diventa una croce solare, il simbolo cristiano dell’Ordine Nuovo, il cui contenuto tradizionale e sacrificale si addice a Beppe (cfr. Il portatore di fuoco), a me stesso e perfino alla sottocultura punk che frequentavamo con spensierata leggerezza alla fine degli anni settanta. Ma questo accostamento blasfemo lo faccio anche con la speranza di far venire le coliche agli esegeti di Beppe, mercanti nel suo tempio e mendicanti fuori.

Nel 1990 questa cifra, vagamente riferibile ad un manifesto del gruppo Ordine Nuovo, la misi anche sulla copertina di un numero della mia rivista Arca.Propaganda contenente il succitato Manifesto di Piazza Pio XI,dedicato al quinto anniversario della morte di Beppe (http://www.beppesalvia.it/Biuzzisalvia/01.html). E fui perciò apostrofato come fascista (quando ancora l’antisemitismo non era diventato un prodotto buono a far alzare l’audience nei salotti tv, vedi Augias vs Buttafuoco) da qualche anima bella della mejo gioventù liberale romana, a corto di argomenti. Antesignani della “casta”, come li definii per primo nel 2005 (cfr. La Leggenda Aurea). Fascista a me, “antipolitico” per antonomasia, con un nonno anarchico che ha fondato il Partito d’Azione e una zia che ha ricevuto la Croce di Ferro per meriti nella Resistenza.

 

D3- Biuzzi, la poesia-vita oggi ancora possibile nel degrado finziocratico mondiale?

 

R3- Mauro BiuzziHo impostato questa terza risposta in apertura d’intervista. Semplificando, ho detto che il suicidio di Beppe è stato la formalizzazione vitale e mortale della sua resistenza al degrado di cui parli. Così come il martirio è stato, nella cultura cristiana che precedette la secolarizzazione, il gradino più alto di una serie di azioni politico-culturali consequenziali. Che quello di Beppe sia stato un modello di anti-sistema lo dimostra anche il fatto che in questi trent’anni quasi tutti gli scrittori più importanti tra i fondatori della rivista Braci non hanno pubblicato altro libro di poesie che quello di esordio, sospendendo da allora la loro attività editoriale (per esempio Gino Scartaghiande, Giuliano Goroni, Paolo Del Colle, Giselda Pontesilli). Caso più unico che raro nella cultura iper-alfabetizzante del novecento e in controtendenza rispetto alla conseguente ri-produttività conigliesca tipica della cultura-mercato degli ultimi trent’anni. Chi più chi meno, in Braci ci si liberò a fatica, soprattutto grazie a Beppe, dal prototipo di “intellettuale del ’900? che, fino al 1968, aveva contribuito a costruire le egemonie culturali logocentriche delle masse logorroiche, sul modello e i valori purofilosofici dell’Illuminismo e dei Diritti umani.

La nostra mission era fare fuori il vampiro di professione, il famigerato “intellettuale organico al partito di massa”, il collaborazionista cattocomunista, soggetto che oggi si è mutato in un esercito di vedettes, opinionisti tv ed esperti di marketing col solo obiettivo di far vincere il proprio padrone di turno (partito o editore o produttore), si tratti di vendere cultura, programmi politici, format televisivi, armi, alimenti, appartamenti, infrastrutture, sesso, gossip, titoli di borsa, abbigliamento, diritti umani, viaggi, farmaci e altro Varietà. Insomma, una cavalletta geo-politica, esperta di import/export di Democrazia ovvero di Desiderio.

Sarei tentato di dire che in Braci si affermò l’idea che l’unica forma culturale che poteva opporsi a questo Pensiero Unico del mondialismo mercantile di massa, che aliena ed affama tutto il pianeta, era quella di un Ecumene di memoria classico-cristiana. Personalmente la conferma mi venne dall’osservazione dell’America Latina negli ultimi anni del ’900, da quel rinascimento bolivariano che ebbe la sua eccellenza nel nazionalismo sociale del presidente venezuelano Hugo Chavez, nel suo tentativo di unificazione delle nazioni autoctone del settentrione sudamericano, nella sua teoria di un socialismo del cuore nazionale e popolare.

D’altronde nello scenario di quei conflitti tra realtà nazionali e neo-imperialismo coloniale si erano già formate la figura e il metodo dell’unico uomo che riuscì a unificare il nostro paese, Giuseppe Garibaldi, modello di stratega italiano mai più eguagliato nella nostra storia nazionale e bollato dal Marx londinese alla stregua di un buffone. Altro che il Che Guevara dei sessantottini borghesi, altro che Cuba libre… Sotto quella bandiera, nel mio piccolo detti l’ultima spallata mediatica alla Repubblica delle Tangenti, tentando l’impresa di una politica carismatica e terapeutica nelle elezioni politiche italiane del 1992, quando con grande successo di pubblico portai nell’ultima campagna elettorale della Prima Repubblica il Partito dell’Amore fondato con l’amica Moana Pozzi, con una teoria politica cristiano-dionisiaca e filo-mediterranea (anti-atlantista e anti-europeista). 

Così sono riuscito di nuovo a far manifestare Venere in Italia, Venere in carne e ossa, davanti all’Altare della Patria a Roma (http://www.partitodellamore.it/diva_patria/amministrative/003/i01.html). STOP. Fine dei giochi. Se per Beppe, se per me per un altro verso, è stato possibile fare cose ormai ritenute impossibili, così sarà possibile ancora per altri, anche in questo momento.

 

D4- Mauro Biuzzi, per l’anniversario del 2015, progetti in preparazione?

R4- Mauro Biuzzi Per il sito che ho dedicato a Beppe (http://www.beppesalvia.it/su_salvia/index.html) ho realizzato nel 2010 un documento audiovisivo in sedici episodi dal titolo Testamento, l’arte di morire all’Aurelio. Con mezzi digitali, la cui novità, povertà e immediatezza mi garantivano di non cadere nel recinto di genere, tentai la lettura microcosmica e macrocosmica della poesia e del poeta, del luogo e del genio, del bottone e del cielo.
Testimonianza opposta alla vincente teoria dei non-luoghi, sulla quale si fonda lo sterminio nichilistico delle origini culturali delle popolazioni che il mondialismo rende funzionale alla deportazione di masse aviotrasportate sullo scacchiere delle nuove colonizzazioni, 
Testamento semplicemente documenta la morte del Gran Tour e l’inizio di un vero pellegrinaggio, di un giro delle sette chiese nei luoghi poetici e urbani della passione terrena mia e di Beppe. In tal modo superando e ricentrando anche i modi della deriva situazionista, a suo modo interstiziale e decadente, territoriale e retro-avanguardistica insomma. Su quell’epigrafe monumentale di due ore e mezzo, si basò la tesi di laurea in Storia della Comunicazione di Giovanna Buco su Beppe (https://www.yumpu.com/it/document/view/15712257/universita-degli-studi-della-tuscia-facolta-di-lingue-beppe-salvia). L’audiovisivo che girammo in digitale era destinato alla sola visione nel web, dove continua a poter essere visto nella totale promiscuità che vige in quei nuovi sotterranei dell’immaginario del terzo millennio, sfuggendo così alle camere ardenti culturali alle quali Beppe si era già sottratto keatsianamente.
Mi è stato chiesto di creare, con la proiezione di 
Testamento, una serata celebrativa del trentennale della morte di Beppe nel più importante cineclub storico di Roma, spazio collocato al confine tiberino dell’Aurelio, dove ad un giovane volenteroso nei primi anni settanta bastavano poche fermate del bus 98 per poter scoprire grandi maestri di tutto il mondo (Michael Snow, Peter Kubelka, Steve Dwoskin, Stan Brakhage, Gregory Markopoulos, Mario Schifano). Sto valutando la possibilità di farlo senza snaturarne l’estetica e l’etica, insomma la forma complessa ma perfettamente compiuta di quel mio modesto contributo, a fronte della grandezza del tema.

a cura di Roby Guerra



14 gennaio 2015

Intervista dell'artista Daniele Pacchiarotti allo scrittore, giornalista e attivista (anti)politico Luca Bagatin

Nell'intervista - a braccio, senza filtri e senza tagli - fattami dall'artista Daniele Pacchiarotti e realizzata dal fotografo Antonello Ariele Martone - parliamo di temi di scottante attualità: Massoneria, politica, (anti)politica, religioni e fondamentalismo, donne, mass-media, Risorgimento, Amore e Libertà, libertà civili e sessuali, arte, erotismo e molto altro.



9 dicembre 2014

"Pensamientos" by Maria José Peon Marquez for Luca Bagatin's blog

Oggi nasce la nuova rubrica autogestita da Maria José Peon Marquez, attrice e modella spagnola ancora sconosciuta in Italia e che già intervistai il 23 ottobre scorso: http://lucabagatin.ilcannocchiale.it/post/2821049.html
In quell'occasione Maria José mi raccontò della sua passione per la scrittura ed è così che è nata l'idea di affidarle questo spazio esclusivo e a cadenza variabile dal titolo "Pensamientos", ovvero "Pensieri". I suoi pensieri, direttamente nella bellissima versione spagnola, assieme alle belle foto di Josué Nargo e Francisco Guerrero che la vedono ritratta.
Buena lectura !!!

Luca Bagatin

Quien brinde por tu sonrisa, tiene derecho a que le sonrias toda tu vida.
De las alturas, cayeron pájaros muertos
por querer subir tan alto y querer llegar al cielo,
volando en la cima no se alcanza la gloria,
lo que sube siempre baja, no es esa la victoria,
la plenitud total no está en las alturas,
ni en fantasias irreales que llenan de ataduras,
quien conserva su pureza se hace digno en existencia,
ya sea a ras del suelo. .. o tan alto en las estrellas.
Dejar de llorar por alguien a quien echas de menos, es tan difícil como dejar de sonreir por alguien que te hace feliz.


En el horizonte, donde empieza la luna y termina el mar
puedo escuchar las canciones, latentes de emociones
que me hacen suspirar,
y si cierro mis ojos, vuelvo a recordar
el olor de los jazmines y flores de azahar
al sentirme mariposa. .. elevándose al volar.





23 ottobre 2014

Intervista esclusiva di Luca Bagatin alla modella ed attrice spagnola Maria José Peon Marquez


Il sorriso di una donna salverà il mondo dalle brutture dell'umanità.

Questo è il pensiero che mi sovviene ogni qual volta vedo sorridere una bella donna che talvolta cattura la mia attenzione.

E' allora che mi interessa indagare nel suo animo, capirne e carpirne la sua essenza sin quasi ad innamorarmene. Spesso artisticamente parlando.

E' accaduto anche questa volta, complice il sorriso di Maria José Peon Marquez, modella ed attrice spagnola di Siviglia, che ho avuto in questi giorni il piacere di intervistare amichevolmente, per promuovere la sua bellezza e la sua arte e farla conoscere al pubblico italiano.


Luca Bagatin: Dunque Maria, parlami un po' del tuo lavoro. So che sei principalmente una modella...

Maria José Peon Marquez: Ho trascorso molti anni di lavoro nell'ambito della moda. Sono prevalentemente una modella in ambito fotografico, di passerella ed anche d'arte, essendo musa di pittori e scultori, in Spagna. Ho interpretato anche ruoli d'attrice.


Luca Bagatin: Che tipo di lavori artistici ami di più ? Quali sono gli ultimi progetti ai quali hai lavorato ?

Maria José Peon Marquez: Il lavoro che preferisco è quello di modella fotografica, che per me è quello che trasmette meglio le mie emozioni e nel quale mi sento anche più a mio agio. Ho peraltro avuto la fortuna di lavorare con grandi professionisti quali Francisco Guerrero, Josué Nargo e Manuel Jimenez. Il mio ultimo lavoro di recitazione è stato per una rock band di Siviglia - i 4Sfera - dove sono stata protagonista del loro ultimo video dal titolo "Identidad". Sto inoltre lavorando in diversi cortometraggi.


Luca Bagatin: Le foto che ti ritraggono sono spesso molto sexy, erotiche. Che cos'è per te l'erotismo ? L'erotismo ti rappresenta come donna ?

Maria José Peon Marquez: L'erotismo può essere ovunque, in una fotografia, in un dipinto, in natura... E' un argomento molto vasto e non sempre necessita di essere rappresentato da una donna. Più che l'erotismo direi che nel mio lavoro preferisco usare la sensualità, con limpidezza e sottigliezza, curando molto l'eleganza.


Luca Bagatin: Quali sono le tue prospettive future, le tue ambizioni, sostanzialmente ?

Maria José Peon Marquez: Cerco di superare me stesso ogni giorno, ma godendo sempre il mio lavoro. Le ambizioni possono diventare ossessioni, quindi la mia ambizione è quella di godere di quello che faccio, imparando ogni giorno e crescere.


Luca Bagatin: Quali sono i tuoi hobby ed interessi ?

Maria José Peon Marquez: Ne ho moltissimi !! (ride). Ma posso dire soprattutto l'arte e la musica. Suono infatti il pianoforte e la chitarra e a volte amo comporre musica. Ho anche diversi progetti musicali, ti dirò, Luca. Poi mi piace molto scrivere ed in futuro mi piacerebbe pubblicare un libro con molti dei miei scritti. Infine devo dire che sono anche una sportiva e lo sport è la mia passione....e poi...mi piace ballare !!!. Nell'ambito del ballo ci sono anche alcuni progetti professionali che sto sviluppando. Il mio tempo libero lo dedico invece alla mia famiglia ed ai miei amici più cari.


Luca Bagatin: Che cosa ami scrivere, in particolare ?

Maria José Peon Marquez: Mi affido a riflessioni quotidiane sulla vita, l'amore, la fine di un amore...cose così. Scrivo anche poesie, versi e racconti.


Luca Bagatin: Che tipo di donna sei ? Come ti definiresti, come donna ?

Maria José Peon Marquez: Mi considero una donna moderna, cerco sempre di adattarmi ai cambiamenti, ma mantengo sempre il mio stile personale. Sono abbastanza esuberante, imprenditoriale e metto passione nel mio lavoro. Mi piace essere innovativa e creativa nelle cose che faccio.





Luca Bagatin



19 settembre 2014

Incontro con Andrea De Carlo ed il suo "Cuore primitivo"

Ivo aveva un cuore primitivo.

Ma Ivo un cuore lo aveva, anche se magari non era istruito e faceva il costruttore.

“Cuore primitivo” è il titolo dell'ultimo romanzo di Andrea De Carlo, pubblicato da Bompiani.

Ricordavo Andrea De Carlo per aver letto un suo romanzo, ormai credo almeno quindici anni fa: “Di noi tre”.

Ricordo che mi era piaciuto, anche se a tratti era malinconico. E' così che decido di andare alla conferenza stampa che lo vede protagonista, a Pordenone, in una kermesse del libro che non amo particolarmente. Ma tant'è.

Andrea De Carlo mi piace. E' sorridente, a volte anche eccessivamente, ma non lo fa per ingraziarsi noi giornalisti che riempiamo la sala stampa. Si nota che trasuda di entusiasmo ed il suo “Quando scrivo ho bisogno di sognare, di vivere una dimensione irreale, di distacco” si nota che è sincero. Si comprende che quella dimensione lui la vive davvero. O, al massimo, è un bravo dissimulatore.

La copertina del suo ultimo romanzo mi piace molto: c'è un cuore, pulsante, rosso, primitivo, come dice lui.

Primitivo come Ivo, appunto, il costruttore protagonista del romanzo assieme a Craig – antropologo inglese razionalissimo – e Mara, scultrice di grandi gatte di pietra, sognatrice, istintuale.

Gli chiedo se Mara rappresenti un po' il mito della Donna Selvaggia. L'autore mi risponde di sì, che lei stessa ama sottolineare che lei è scultrice non di gatti, ma di gatte. Che attraverso le sue opere esprime quella rabbiosità tipica di chi vuole liberare la sua femminilità da aspetti che la rendono oppressa. La razionalità di Craig, in questo senso. Ma non solo, forse.

Mara – prosegue Andrea De Carlo – parla per onomatopee e si lascia dominare dagli istinti; Ivo non usa i congiuntivi e forse è istinto puro; Craig invece razionalizza tutto e dagli istinti non si lascia proprio dominare.

Un triangolo curioso attraverso cui l'autore esprime un po' i vari aspetti di sé stesso, un po' l'anima delle persone di oggi, alle prese con nuove pulsioni e sentimenti.

Alla fine della conferenza non manca una critica alla televisione, o, meglio, alla Rai: politicizzata, specchio dell'Italia, burocratica.

Forse, penso io, anche di questo pecca la nostra cultura: di primitività, di istinti, è preda della ragione. Di uno Stato morto e sepolto. Di un'anima che stenta a rinascere.


Luca Bagatin



21 giugno 2014

L'autrice e conduttrice Metis Di Meo promoter (oltre che co-protagonista) di "Ritratti di Donna" (Ipertesto Edizioni), ultimo saggio di Luca Bagatin



19 giugno 2014

La modella e attrice Erica Melargo promoter (e già co-protagonista) di "Ritratti di Donna" (Ipertesto Edizioni), ultimo saggio di Luca Bagatin


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini