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3 ottobre 2015

"Il contrario di capitalista non è socialista o comunista, ma persona onesta". Riflessioni e aforismi by Luca Bagatin

Penso che il rapporto uomo donna, più che essere finalizzato, dovrebbe essere inizializzato. E invece finisce sempre e spesso male. Sarà per questo che ho sempre sognato sin da piccolo di fare il regista. Di film erotici e a lieto fine.


Il contrario di capitalista non è socialista o comunista, ma persona onesta.


Ho notato che tutte le persone o, meglio, le donne che nel corso della vita mi hanno detto o scritto frasi del tipo "ti amo" o "ti voglio" bene", hanno poi finito per scomparire dalla mia vita e/o ignorarmi (anche su Facebook).
Per questo preferisco e mi fido solo di chi non me le dice.


Qualcuno ha detto che uccidere senza ragione è nel DNA di molti statunitensi.
Personalmente posso dire che devo ancora conoscere uno yankee capace di usare il suo cervello per qualche cosa di costruttivo.


Secondo me è ridicolo e sciocco doversi schierare fra "destra" e "sinistra".
I sogni e bisogni delle persone non sono né di destra né di sinistra.
Vanno posti al centro.
E vaffanculo alla maggioranza (sempre) !


Leggo o sento spesso la fastidiosissima espressione "viva la vita". Ma perché mai inneggiare alla vita, sapendo che, peraltro, prima o poi moriremo tutti ? Che cosa mai ci sarà di bello nella vita poi ?

Un bambino, quando nasce, quando respira i primi momenti di vita, piange. E sappiamo bene che i bambini sono istintivi, privi di sovrastrutture mentali che li rovineranno, in età adulta, per sempre.
Per questo da sempre penso e dico forte e chiaro VIVA LA MORTE !



17 aprile 2015

Alice (la vita non è un film)

Sono passati undici anni ma io Alice non l'ho mai dimenticata.
Lei mi chiamava "L'Uomo". Fu allora che nacque "Baglu, il Libero Marinaio dell'Inferno Virtuale".
In realtà non ho mai dimenticato ciò che mi ha scritto e mi fa piacere pensare che, anche quando non ci sarò più, i suoi scritti continueranno ad esistere.
Da qualche parte nel Cosmo.
Allora io avevo 25 anni e lei 28. Oggi andiamo per i quaranta entrambi e ci siamo persi di vista da nove anni. Forse non eravamo destinati l'uno all'altra (io del resto già allora ero convinto di non esistere), ma è necessario considerare che la vita non è un film. E, anche se lo fosse, non sarebbe un film erotico.

L.B.



Luca

E' inutile che strabuzzi gli occhi, e ti accarezzi la barba come a capire che succede... Succede poco, o insomma, succede che sei come una lama. E che certi giorni, certe notti... ma è più bello quello che non si dice. Giusto? Sei un pò come un cavaliere, senza macchia e senza paura (come mi hai scritto tu). Gli uomini che catturano il mio interesse sono pochi. O meglio nulli. Banali, ripetitivi, volgari e maleodoranti. Epperò.. tu, mi sembri l'opposto.

Infatti. Infatti.. che ci fai tra i miei pensieri all'alba di un pomeriggio melenso, tra te alla cannella e pasticcini al cioccolato? Che vuoi da me quando, mentre sto per dormire... ti vedo sai? Aggrappato al balcone, con un fazzoletto in mano...

Mi piace il tuo cervello. Ecco, tu non sei un uomo. Sei un'essenza velata di cose, ideali, sogni e lotte. Tutto ciò per cui io vivo e ansimo.

Ma sei vero?   


Alice, 1 dicembre 2004

Io mi scopo il tuo cervello ogni volta che ti leggo. E poi in testa giro filmini degni di Liala. Dove tu...
...non arrenderti mai, utopistico e meraviglioso Uomo...quello che in 28 anni non ho mai incontrato.
Però promettimi di iniziare a pensare che vivi, esisti...sennò non esisto neanche io.




23 gennaio 2015

INTERVISTA PER BEPPE SALVIA a Mauro Biuzzi nel 30° ANNIVERSARIO della morte (1985-2015) (tratta da www.lanotiziah24.com e www.asinorossoferrara.blogspot.it)

Riproduciamo l'interessante intervista di Roberto Guerra a Mauro Biuzzi, fondatore e Segretario del Partito dell'Amore, nonché artista e co-fondatore della rivista "Braci" alla fine degli Anni '80 assieme - fra gli altri - al poeta Beppe Salvia a cui è dedicata l'intervista medesima.
A trent'anni dalla morte.

L'intervista è tratta dai siti: www.lanotiziah24.com e www.asinorossoferrara.blogspot.it


INTERVISTA PER BEPPE SALVIA a Mauro Biuzzi nel 30° ANNIVERSARIO della morte (1985-2015)
 Dicembre 2014

Il poeta Beppe Salvia: foto opera di Mauro Biuzzi

D1- Mauro Biuzzi, Beppe Salvia, alla ricerca di un grande poeta “perduto”?

R1- Mauro Biuzzi Ecco, qui ti vorrei rispondere anche alla terza domanda, immettendo i due contenuti in una risposta a senso unico: il modo in cui Beppe ci indicò il nostro destino e la nostra inerzia nel capire e cambiare, il suo vaticinio incompreso… “una fila di bottoni sul panciotto è tale. un cielo è un cielo. disinteressati alla fuga prospettica.” (idea cinese, 1987).

Ho sempre sostenuto che Beppe non fu profeta ma oggi preciso che certamente fu Vate. A proposito della “finziocrazia” dominante, devo premettere che questa mia “anti-prospettiva di verità e di amore” per Beppe è costata dieci anni fa la vergognosa esclusione dei miei due scritti su di lui (Manifesto di Piazza Pio XI del 1990 e La Leggenda Aurea del 2005) dalle sue bibliografie ufficiali, pubblicate nei vari volumi che uscirono nel ventennale della morte. Libri nei quali peraltro stava scritto a proposito della rivistaBraci, alla cui fondazione partecipammo a vent’anni: “I giovani poeti negli anni Ottanta si incontrarono nell’ambiente universitario della Facoltà di Lettere, o ancor prima, sono legati da rapporti di amicizia che risalgono all’adolescenza o alla scuola, come quello fra Claudio Damiani e Giuseppe Salvatori, fra Beppe Salvia e Mauro Biuzzi.” (F. Giacomozzi, Campo di battaglia, 2005). E pure scrivevano che Beppe mi aveva chiesto di lavorare alla copertina, alle immagini e all’impaginazione del suo primo libro, Elemosine Eleusine, lavoro inedito poiché interrotto dal suo suicidio.

Ecco, da allora non mi stanco di ripetere, senza alcun pudore nichilista, che il suicidio di Beppe è la pietra di inciampo di tutte le analisi letterarie su di lui, che non riescono in alcun modo a valutare questa morte cristologicamente, ovvero in maniera consequenziale alla sua vita poetica, al nostro Urbi et Orbi. Ecco, romanamente. Antropologicamente. Nemmeno ci provano a farlo, queste analisi pseudo-testuali, chiuse come sono nei linguaggi di genere, nella resa al nichilismo linguistico, al porno per il porno. Analisi “esistenziali” che invece si producono ormai a iosa nei mercati dove si mitizzano, a distanza di sicurezza, la morte di Pasolini o di Modigliani o di Rimbaud o di Anna Frank. 

Questo capita perché il suicidio di Beppe è ancora un gesto di vitalità insostenibile per l’esangue e pavida generazione terminale a cui appartenne: inarrivabile, incomprensibile. E anche perché quel suicidio fu un suo inequivocabile e precoce sottrarsi a quel mercato delle pulci nel quale si sarebbe trasformata, dagli anni novanta, la catena che alimenta la cultura in Italia e nel mondo, a seguito dello sterminio sistematico dei pochi grandi predatori a favore della proliferazione dei tanti piccoli specialisti. Negli anni ottanta non bastava più non partecipare, come Beppe fece, a quel triste dopolavoro detto, con umorismo involontario, “Festival dei Poeti”.

Ecco, va detto chiaramente che per non cibarsi a vita nella ciotola del canile della Casa delle Letterature, Beppe dovette prevedere il suicidio. Annunciato, per l’esattezza, nel suo ultimo travestimento, il servo corvino del conte Mario: “Il valletto si era suicidato.” (Un uomo buono le sue dolci colpe, 1985). A trent’anni dalla sua morte, se facendo zapping ci si sofferma sulle chiacchiere rosa o anche solo sulle facce rosa dei “giovani” manager cresciuti a tartine, dai bar dei musei fino ai ghetti dorati delle tv tematiche, il suo suicidio diventa precisa chiave stilistica o di poetica, come il seppuku dei Samurai che nel 1945 non accettarono la resa del Giappone e un Ordine che non fosse fondato sull’Immortalità del corpo. “un cielo è un cielo” significa che non si diventa uomini passando la vita a lucidare i pantaloni alle letture pubbliche o a consumare le suole sui red carpet delle Expò Universali. Bensì che si deve “redimere la terra e fondare le città” (Benito Mussolini, Pino Pascali e Pier Paolo Pasolini su Sabaudia).

 

Ritardare ancora questa interpretazione integrale e dissidente del caso di Beppe, magari con un mea culpa o un’abiura, è a mio avviso un atto di alto tradimento del patrimonio culturale italiano, del quale Beppe è l’espressione più recente. Interpretazione che se ancora omessa omertosamente merita la degradazione sul campo per quelli che, come me, vi furono testimoni.

“Non è semplice chiedere questo; è come sedurre il destino, ma nell’opera è l’opera. Il merito e il valore ce ne disinteressiamo.” (Il lume accanto allo scrittoio, 1980). E insieme: “Se contro il suicidio l’Eterno non avesse elevato la sua legge.” (W. Shakespeare, Amleto, 1600). Il vaticinio di Beppe, come una maledizione, si è puntualmente realizzato se si guarda alla definitiva sterilità creativa alla quale ha condotto il cosiddetto “sistema della cultura” dominato dal Mercato (dove l’opera non è altro che un equivalente del suo valore di scambio corrente), nel quadro della generale recessione della civiltà occidentale dominata dalla cultura finanziaria: lo sviluppo senza progresso. 

Offensiva recessiva che non a caso ha portato alla fame la nostra terra d’origine universale, la Grecia. Spinto al suicidio centinaia di piccoli imprenditori, discendenti di quegli umanisti fiorentini che hanno inventato l’impresa, in Italia (in origine fu Raul Gardini, 1993). Ha condotto allo sterminio e alla macelleria gangsteristica l’idea stessa di unità delle civiltà mediterranee tanto cara a Carl Gustav Jung e alla nozione di “inconscio collettivo”, che secondo lui era nato dalle profondità di questo caldo mare interno, dal quale infatti rinacque Venere secondo Botticelli. Ha stuprato la Venere Urania della nostra tradizione: ibernandola nella Paolina Borghese secondo Canova,  indemoniandola a Parigi secondo Modigliani (per colpa delle Damigelle di Avignone secondo Picasso), divizzandola a Roma grazie all’uso di Fontana di Trevi come un bidè postmodern italoamericano, secondo Fellini, il Toulouse-Lautrec de noantri.

Da lì alla Moana secondo Schicchi il passo è breve, ma andava stoppato. Ed io l’ho fatto. E solo grazie a Beppe. In breve, dunque, nell’occasione di questo trentennale della morte di Beppe Salvia posso dare la notizia che i disastri prodotti dall’attuale “degrado finziocratico mondiale” si erano manifestati per la prima volta, ben peggio di un virus Ebola, a danno di un piccolo gruppo di giovani sodali italiani che non distinguevano tra vita ed arte, e le cui alterne vicende si conclusero impietosamente col suicidio di Beppe, al quartiere Aurelio di Roma, nel 1985.

Noi siamo stati infatti l’ultimo gruppo di giovani che poterono legare la propria formazione ai luoghi e alle strade della città di Roma (prima della globalizzazione, dei non-luoghi, del territorio e di Internet, che ha spostato neisocial network  tutte le relazioni). Giovani che, con un biglietto di sola andata, si innalzarono dalle nuove periferie fino alle piazze monumentali, prima che Roma tornasse ad essere la sede della solita corte barocca che la occupa da oltre due millenni, un cartellone pubblicitario al Circo Massimo sotto il quale mendicanti di tutte le razze litigano per strapparsi un posto riscaldato dai riflettori, una nuova frontiera amalfitana zeppa di camerieri al solito servizio delle botteghe del Gran Tour, del Premio Oscar, del Papa straniero e dei figliastri del Marchese del Grillo. Cristo è sempre fermo a Fiumicino, dalla madre di Agostino.

 

D2- Mauro, più nello specifico, secondo te, quale la cifra letteraria del poeta?

R2- Mauro Biuzzi La cifra di Beppe è lo zero e la sua lettera è la X, in modo che se sovrapponi questi due segni di stasi viene fuori il logo della ruota, del movimento. Se poi ruoti questo logo di novanta gradi ti diventa una croce solare, il simbolo cristiano dell’Ordine Nuovo, il cui contenuto tradizionale e sacrificale si addice a Beppe (cfr. Il portatore di fuoco), a me stesso e perfino alla sottocultura punk che frequentavamo con spensierata leggerezza alla fine degli anni settanta. Ma questo accostamento blasfemo lo faccio anche con la speranza di far venire le coliche agli esegeti di Beppe, mercanti nel suo tempio e mendicanti fuori.

Nel 1990 questa cifra, vagamente riferibile ad un manifesto del gruppo Ordine Nuovo, la misi anche sulla copertina di un numero della mia rivista Arca.Propaganda contenente il succitato Manifesto di Piazza Pio XI,dedicato al quinto anniversario della morte di Beppe (http://www.beppesalvia.it/Biuzzisalvia/01.html). E fui perciò apostrofato come fascista (quando ancora l’antisemitismo non era diventato un prodotto buono a far alzare l’audience nei salotti tv, vedi Augias vs Buttafuoco) da qualche anima bella della mejo gioventù liberale romana, a corto di argomenti. Antesignani della “casta”, come li definii per primo nel 2005 (cfr. La Leggenda Aurea). Fascista a me, “antipolitico” per antonomasia, con un nonno anarchico che ha fondato il Partito d’Azione e una zia che ha ricevuto la Croce di Ferro per meriti nella Resistenza.

 

D3- Biuzzi, la poesia-vita oggi ancora possibile nel degrado finziocratico mondiale?

 

R3- Mauro BiuzziHo impostato questa terza risposta in apertura d’intervista. Semplificando, ho detto che il suicidio di Beppe è stato la formalizzazione vitale e mortale della sua resistenza al degrado di cui parli. Così come il martirio è stato, nella cultura cristiana che precedette la secolarizzazione, il gradino più alto di una serie di azioni politico-culturali consequenziali. Che quello di Beppe sia stato un modello di anti-sistema lo dimostra anche il fatto che in questi trent’anni quasi tutti gli scrittori più importanti tra i fondatori della rivista Braci non hanno pubblicato altro libro di poesie che quello di esordio, sospendendo da allora la loro attività editoriale (per esempio Gino Scartaghiande, Giuliano Goroni, Paolo Del Colle, Giselda Pontesilli). Caso più unico che raro nella cultura iper-alfabetizzante del novecento e in controtendenza rispetto alla conseguente ri-produttività conigliesca tipica della cultura-mercato degli ultimi trent’anni. Chi più chi meno, in Braci ci si liberò a fatica, soprattutto grazie a Beppe, dal prototipo di “intellettuale del ’900? che, fino al 1968, aveva contribuito a costruire le egemonie culturali logocentriche delle masse logorroiche, sul modello e i valori purofilosofici dell’Illuminismo e dei Diritti umani.

La nostra mission era fare fuori il vampiro di professione, il famigerato “intellettuale organico al partito di massa”, il collaborazionista cattocomunista, soggetto che oggi si è mutato in un esercito di vedettes, opinionisti tv ed esperti di marketing col solo obiettivo di far vincere il proprio padrone di turno (partito o editore o produttore), si tratti di vendere cultura, programmi politici, format televisivi, armi, alimenti, appartamenti, infrastrutture, sesso, gossip, titoli di borsa, abbigliamento, diritti umani, viaggi, farmaci e altro Varietà. Insomma, una cavalletta geo-politica, esperta di import/export di Democrazia ovvero di Desiderio.

Sarei tentato di dire che in Braci si affermò l’idea che l’unica forma culturale che poteva opporsi a questo Pensiero Unico del mondialismo mercantile di massa, che aliena ed affama tutto il pianeta, era quella di un Ecumene di memoria classico-cristiana. Personalmente la conferma mi venne dall’osservazione dell’America Latina negli ultimi anni del ’900, da quel rinascimento bolivariano che ebbe la sua eccellenza nel nazionalismo sociale del presidente venezuelano Hugo Chavez, nel suo tentativo di unificazione delle nazioni autoctone del settentrione sudamericano, nella sua teoria di un socialismo del cuore nazionale e popolare.

D’altronde nello scenario di quei conflitti tra realtà nazionali e neo-imperialismo coloniale si erano già formate la figura e il metodo dell’unico uomo che riuscì a unificare il nostro paese, Giuseppe Garibaldi, modello di stratega italiano mai più eguagliato nella nostra storia nazionale e bollato dal Marx londinese alla stregua di un buffone. Altro che il Che Guevara dei sessantottini borghesi, altro che Cuba libre… Sotto quella bandiera, nel mio piccolo detti l’ultima spallata mediatica alla Repubblica delle Tangenti, tentando l’impresa di una politica carismatica e terapeutica nelle elezioni politiche italiane del 1992, quando con grande successo di pubblico portai nell’ultima campagna elettorale della Prima Repubblica il Partito dell’Amore fondato con l’amica Moana Pozzi, con una teoria politica cristiano-dionisiaca e filo-mediterranea (anti-atlantista e anti-europeista). 

Così sono riuscito di nuovo a far manifestare Venere in Italia, Venere in carne e ossa, davanti all’Altare della Patria a Roma (http://www.partitodellamore.it/diva_patria/amministrative/003/i01.html). STOP. Fine dei giochi. Se per Beppe, se per me per un altro verso, è stato possibile fare cose ormai ritenute impossibili, così sarà possibile ancora per altri, anche in questo momento.

 

D4- Mauro Biuzzi, per l’anniversario del 2015, progetti in preparazione?

R4- Mauro Biuzzi Per il sito che ho dedicato a Beppe (http://www.beppesalvia.it/su_salvia/index.html) ho realizzato nel 2010 un documento audiovisivo in sedici episodi dal titolo Testamento, l’arte di morire all’Aurelio. Con mezzi digitali, la cui novità, povertà e immediatezza mi garantivano di non cadere nel recinto di genere, tentai la lettura microcosmica e macrocosmica della poesia e del poeta, del luogo e del genio, del bottone e del cielo.
Testimonianza opposta alla vincente teoria dei non-luoghi, sulla quale si fonda lo sterminio nichilistico delle origini culturali delle popolazioni che il mondialismo rende funzionale alla deportazione di masse aviotrasportate sullo scacchiere delle nuove colonizzazioni, 
Testamento semplicemente documenta la morte del Gran Tour e l’inizio di un vero pellegrinaggio, di un giro delle sette chiese nei luoghi poetici e urbani della passione terrena mia e di Beppe. In tal modo superando e ricentrando anche i modi della deriva situazionista, a suo modo interstiziale e decadente, territoriale e retro-avanguardistica insomma. Su quell’epigrafe monumentale di due ore e mezzo, si basò la tesi di laurea in Storia della Comunicazione di Giovanna Buco su Beppe (https://www.yumpu.com/it/document/view/15712257/universita-degli-studi-della-tuscia-facolta-di-lingue-beppe-salvia). L’audiovisivo che girammo in digitale era destinato alla sola visione nel web, dove continua a poter essere visto nella totale promiscuità che vige in quei nuovi sotterranei dell’immaginario del terzo millennio, sfuggendo così alle camere ardenti culturali alle quali Beppe si era già sottratto keatsianamente.
Mi è stato chiesto di creare, con la proiezione di 
Testamento, una serata celebrativa del trentennale della morte di Beppe nel più importante cineclub storico di Roma, spazio collocato al confine tiberino dell’Aurelio, dove ad un giovane volenteroso nei primi anni settanta bastavano poche fermate del bus 98 per poter scoprire grandi maestri di tutto il mondo (Michael Snow, Peter Kubelka, Steve Dwoskin, Stan Brakhage, Gregory Markopoulos, Mario Schifano). Sto valutando la possibilità di farlo senza snaturarne l’estetica e l’etica, insomma la forma complessa ma perfettamente compiuta di quel mio modesto contributo, a fronte della grandezza del tema.

a cura di Roby Guerra



4 novembre 2014

Il suicidio assistito di Brittany Maynard: una storia di amore e libertà

Brittany ha deciso di morire.

Ha deciso di farlo perché sapeva che sarebbe morta comunque, fra indicibili sofferenze.

Ma Brittany Maynard amava la vita. E la rispettava al punto dal voler morire con dignità.

A Brittany era stato diagnosticato un tumore incurabile al cervello e da tempo sopportava il peso degli effetti collaterali dei farmaci che le erano somministrati.

E' così che ha preso la decisione di salutare tutti i suoi cari e di realizzare, alcuni giorni prima della sua scelta, un video su Youtube – visitato da oltre dieci milioni di persone – per raccontare la sua storia e la sua decisione di morire, aiutata dall'associazione “Compassion & Choices” che si occupa - nello Stato americano dell'Oregon - di accompagnare le persone che chiedono volontariamente di togliersi la vita.

E' così che, il primo novembre, nella sua casa, dopo aver salutato tutti i suoi cari, ha ingerito i farmaci letali che l'hanno condotta alla morte.

Queste le sue ultime, toccanti parole su Facebook: “Addio a tutti i miei cari amici e alla mia famiglia, che amo. Oggi è il giorno che ho scelto per morire con dignità, davanti alla mia malattia terminale, questo terribile cancro che ha portato via così tanto da me, ma che avrebbe preso ancora di più. Il mondo è un bel posto, il viaggio è stato il mio maestro più grande, i miei amici più stretti e miei parenti sono le persone più generose e altruiste. Ho anche un cerchio di supporto intorno al mio letto, mentre scrivo... Addio mondo. Spargete buona energia. Siate generosi, pagate in anticipo per restituire ad altri il bene che ricevete”.

E queste le commoventi ed al contempo incoraggianti parole che Brittany ha scritto sul suo blog: “Sono le persone che si fermano ad apprezzare la vita e che rendono grazie, quelle più felici. Se noi cambiamo le nostre menti, cambiamo il nostro mondo. Pace e amore a voi tutti”.

La scelta consapevole di Brittany riapre e riaprirà certamente il dibattito sull'eutanasia e magari anche sul suicidio assistito. Ad ogni modo ci chiediamo perché ancora vi siano dibattiti nell'ambito di personalissime scelte individuali. Scelte dolorose, come dolorose spesso sono le scelte che la vita ci pone di fronte. Scelte che non andrebbero nemmeno, quindi, dibattute. Ma semplicemente rispettate ed accettate.

Ancora una volta pensiamo alle parole dell'attivista per i diritti civili Roberta Tatafiore, scritte nel suo diario, prima di suicidarsi: "A chi appartiene la vita ? Alla società ? A Dio ? A noi stessi ? Credo che la vita appartenga ad ogni individuo libero di affidarla a chi vuole in base a ciò che gli suggerisce la coscienza" .

La vita di Brittany Maynard apparteneva a lei ed a lei soltanto. Ed il suo esempio dovrebbe essere compreso da quelle Istituzioni – a livello internazionale - ancora insensibili di fronte alla sofferenza umana ed a quelle toccanti e personali scelte individuali che, come tali, meritano il più sacro ed umano rispetto. Oltre che il più sacro ed umano amore possibile.


Luca Bagatin




17 ottobre 2014

"Massime e riflessioni sulla vita, sulla morte e non solo": by Luca Bagatin

Per governare un Paese è necessario avere cuore.
Se il cuore è assente, allora è meglio che un governo non esista proprio.

Non ho mai avuto paura di morire, anzi, tutt'altro. La morte è sempe stata, per me, sinonimo di quiete e di pace dell'anima. L'ho sempre vista come una tenera amica alla quale, talvolta, pensare.
Di fronte alla morte delle persone a cui ho voluto bene, purtuttavia, mi sento sempre disarmato. Non riesco ad accettarla.
E so bene che non ci riuscirò mai, nonostante conosca i meccanismi "iniziatici" della morte e della vita, ovvero il percorso alchemico che sottende a tali processi.
Riesco solo a pensare al fatto che l'Amore, il sentimento, vanno oltre la vita e dunque la morte. Ciò non mi conforta, in sé, ma è una consapevolezza in più.


La mia visione delle cose è eretica, erotica, eterodossa, e, sentimentalmente parlando, eterosessuale. Ma, sicuramente, non eterodiretta.



22 agosto 2014

Eros e Thanatos



Il rapporto fra Eros e Thanatos è forte e imprescindibile. Quando l'Amore fisico raggiunge l'apice, allora ti rendi conto che non sei lontano dal morire e che la morte non è così brutta come viene dipinta dalla cultura dominante. Purtuttavia, per avere una buona morte occorre aver avuto una buona vita. Una vita zeppa di desideri e priva d'Amore ti condurrà in uno stato di illusione tale da non comprendere nemmeno la sacralità della tua morte. E rimarrai, per sempre, un non-morto, ovvero il fantasma di te stesso.

Luca Bagatin





10 agosto 2014

Debdeashakti intervista Luca Bagatin a proposito di "Ritratti di Donna" (Ipertesto Edizioni) - Prima parte




Il video è stato filmato dal giornalista Gabriele Maestri e realizzato da Debdeashakti.
La seconda parte sarà online nei prossimi giorni

Per acquistare "Ritratti di Donna" clikka qui:
http://www.iperedizioni.it/dettaglio.aspx?l=253&h=1



19 maggio 2014

"Incubo d'amore in incubatrice": racconto del 20 febbraio 2007 by Luca Bagatin

Lungi dall'essere un sostenitore delle Lolite e del lolitismo (tutt'altro !), desidero riproporre ai lettori questo mio simpatico racconto surRenale, ispirato a Vladimir Nabokov, che pubblicai in anteprima il 20 febbraio 2007.
Interessanti gli spunti letterari e, forse, psicologici.

L. B.


Incubo d'amore in incubatrice
di Luca Bagatin


«Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, anima mia. Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta. Era Lo, semplicemente Lo la mattina, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.»

"Già. Ora sono rimasto solo. Ennesima volta. Per l'ennesima volta. Ricordo quella volta in cui Cinthia mi scrisse che non riusciva a capirmi in quanto riteneva che non fossi in grado di comprendere l'amicizia fra un uomo e una donna.

E' vero. Fra me e una donna non c'è mai stata pura e semplice amicizia. Fra me e una donna c'è sempre stato il fuoco. Scintille. Amo il fuoco. Ora sento freddo. Molto fraddo. Il freddo della morte. Il freddo dell'amore."

Fu così che il Professor Humbert Humbert iniziò a raccontarmi di quella volta in cui conobbe Lola, dopo l'ennesima delusione d'amore.

"Dottor Baglu, mi aiuti !"

Troppo facile. Ricorda quella volta in cui da bambino sognava di diventare padre ?

"No"

Ecco, appunto. Per lei è sempre stato difficile avere rapporti interpersonali con l'altro sesso, me lo conferma, professor Humbert ?

"Sì"

Continuai a torturare la sua povera anima scavando in ogni anfratto della sua psiche che mi parea conoscere meglio di lui stesso. Sono un neuropsichiatra per adulti sani e vaccinati. Mi occupo anche di metempsicosi e di artrite deformante. Sono il Dr. Baglu e detesto gli individui piagnucolosi. Scrivere è la mia droga ed ogni qual volta ascolto un mio paziente sdraiato sul lettino prendo meticolosamente appunti sul suo stato d'animo.

Mi racconti di Lola, professor Humbert.

"Lei, così tenera, così fragile, così incommensurabilmente ...crudele nel ...vedere un uomo struggersi per lei"

Ecco, vada pure avanti.

"Una ragazzina neanche adolescente...lasciva...che lasciava che le mie dita tumide le palpassero i morbidi e vogliosi e turgidi capezzoli..."

Professor Humbert....

"Certo, capisco dottor Baglu."

Così finisce che ci lascia le penne. Non pensi. Si lasci fluire. Non pensi più alla luce della sua vita, al fuoco dei suoi lombi. Si lasci fluire.

"Un giorno Annie mi propose di scrivere un romanzo su Lola"

Chi è Annie professore ?

"Annie, la mia editor...."

Le piaceva Annie ? E dov'è ora Annie ?

"Sì. Mi piaceva molto. I suoi sinuosi capelli ramati...i suoi occhi chiari...

Dov'è ora Annie ? L'ha uccisa non è vero ?

"Sì". Annuì. "Annie...era affascinata dal mio rapporto con Lola..."

Da bambino soffriva di balbuzie professor Humbert ? Da bambino soffriva di tics compulsivi ? E ora mi dica, professor Humbert....amava torturare i suoi animali domestici ?

L'uomo scoppiò in un pianto liberatorio. Lo abbracciai e, come un padre, gli accarezzai la testa. Prima di azzannargli il collo e di spolparlo vivo.




22 aprile 2014

"SOGNO". Poesia by Luca Bagatin

Poesia serale.
Poesia notturna.
Poesia che si posa laddove una rosa
fiorisce sull'urna.
Nell'urna riposa
qualcosa di antico.
Di antico e passato
e per sempre finito.
Ed io son rapito
dal sogno di te.
E ciò che un tempo era amaro,
dolce ora è.



11 aprile 2014

"Mi ricordo quattro anni fa...": monologo by Baglu

Quanti anni sono passati ?

Quattro.

Quattro esatti o quasi.

Stavamo ancora assieme e ancora rimpiango il fatto di non aver fatto in tempo a conoscere tuo padre.

Venni a Roma, in quei giorni, ricordi ?

Tuo padre morì lo stesso giorno in cui io arrivai.

Quando me lo discesti scoppiai in lacrime e, ancora oggi, quando ci ripenso, mi accade.

Non conobbi mai R., ma mi sarebbe piaciuto. Secondo me saremmo diventati amici.

Forse addirittura, a volte, ti avremmo rimproverata entrambi. Eheh, lo so, ho sempre avuto con te questo atteggiamento da padre, che forse hai sempre odiato. Mi avessi lasciato per questo, forse, avrei anche capito.

Mai sentirsi il padre della propria donna. Eh, che ci vuoi fare. Ho sempre pensato che sarei stato un pessimo padre, però l'istinto paterno (o, meglio/peggio, paternalistico) l'ho sempre avuto.

Ricordo quando andammo al mare, a Torvaianica. Passeggiavamo sulla spiaggia. Conservo ancora le foto di quei giorni, che spesso rivedo. Com'è accaduto anche ieri.

Eravamo forse un po' diversi da come siamo ora. Io sono peggiorato. Perdo i capelli, anche se sono molto più lunghi di allora. Però eravamo una bella coppia, credo.

Ripenso a quei giorni con tristezza e nostalgia.

Non avrei mai voluto che R. vi lasciasse. Di fatto, credo, non lo abbia mai fatto. La sua anima ha fatto una scelta. E vai mai a capire la ragione per cui le anime fanno certe scelte.

Ricordo una foto, in cui tu, bambina, stavi sulla pancia di tuo padre. Sorridevate entrambi. Credo di averla conservata da qualche parte, quella foto. Sicuramente nella mia memoria.

Qualche giorno dopo vidi Peter e andammo a mangiare ad un cinese del centro. Peter mi fu vicino anche quando mi lasciasti. Oggi Peter non c'è più. E' volato via anche lui.

Tutti volano via. Magari sono liberi, mi chiedo spesso ? E mi rispondo “sì, lo sono”.

Qui, noi, lo saremo invece mai ?

Mi sono sentito libero, quando sono stato accanto a te.

Non lo dimentico e non ti dimenticherò, qualsiasi cosa accada o stia accadendo.

Perché le cose accadono, ci scivolano addosso. A volte nelle cose ci scivoliamo noi stessi.

Per quel che mi riguarda cerco di rimanere con i piedi per terra. Pervaso dai ricordi.



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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini