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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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18 novembre 2015

Le assurdità del settimanale cattolico "Tempi": "Imagine" di John Lennon inneggerebbe alla violenza. Ma fateci il piacere !

L'assurdità, fra i dogmatici ed i complottisti di ogni risma, sembra regnare sovrana da sempre.

Solitamente serve a riempire i giornali e i siti web e a creare allarmismo. Fomentando, spesso, nuove divisioni.

E' il caso del settimanale cattolico "Tempi" che addita la bellissima “Imagine” di John Lennon a inno di violenza. In un articolo apparso il 17 novembre scorso, infatti, l'articolista di “Tempi” si avventura in un'assurda analisi addirittura teologica del testo della canzone del compianto cantante inglese, rilevando, fra le altre cose che... “è un vero e proprio inno alla violenza, per molteplici motivi che per essere compresi devono suddividersi in due parti, quelli ex fide e quelli ex ratione, cioè quelli che costituiscono una critica alla luce della fede e quelli che costituiscono una critica alla luce della ragione. Alla luce della fede, infatti, negare il paradiso o l’inferno è qualcosa di radicalmente antireligioso in genere, ed anticristiano in particolare, specialmente se si propugna una visione per cui ciò che conta è solo il cielo sopra di noi, ovvero nella più rosea delle ipotesi una visione panteistica ed emanazionista, ma nella più scura una materialistica ed ateistica della vita e del mondo”.

Desideriamo inoltre riportare altri passi dell'assurda analisi:

(…) “Lennon in sostanza rifugge l’essere dell’uomo, e quindi nega la sua verità e, come insegna la storia, ogni volta che viene negata la verità si compie una violenza, nel caso di specie una violenza culturale, ma per questo non meno esecrabile”. (...)

E l'articolista così prosegue: “l’idea che non ci debbano essere nazioni, è una idea violenta – non a caso alla base dell’internazionalismo socialistico rivoluzionario tra XIX e XX secolo – in quanto nega l’essere relazionale e politico dell’uomo come tale già scoperto dalla razionalità del pensiero greco che in Aristotele ha avuto modo di esprimere il suo massimo vertice” (…). Ed ancora:l’idea che non ci debba essere la proprietà è anch’essa una idea violenta – non a caso alla base di molti movimenti politici e ideologici che in nome di questo principio hanno portato più morte e devastazione di quelle a cui pensavano di rimediare – poiché nega una delle espressioni dirette del diritto naturale, cioè quel diritto che per natura, per la natura dell’essere umano, attiene alla retta ragione, cioè alla razionalità umana”.

Fermiamoci qui.

L'articolista di "Tempi", evidentemente, ignora la visione spirituale di John Lennon, paladino degli sperimentatori spirituali degli Anni '60 e '70 e che attinge dai Veda indù e dal Buddismo. Una visione che, giustamente, non comprende né paradiso né inferno o, meglio, i medesimi sono parte del Tutto. Una visione non dogmatica per eccellenza che invita le persone a immaginare un universo ove vi sia un'unico cielo (Divino) sopra di noi. Ed ove non vi siano religioni né dogmi. Ma puro spirito. Come negli insegnamenti di tutti i Grandi Iniziati fra cui il Cristo medesimo.

Ove vi sia violenza in tutto ciò, davvero non sappiamo. E non vediamo nemmeno ove Lennon abbia una "visione anticristiana", visto che il Cristo medesimo – lungi dall'essere il fondatore di una qualsivogli religione - mai parlò di paradiso e di inferno nei termini indicati dal dogma religioso cattolico. Dogma introdotto infatti molti secoli dopo la morte del Cristo stesso, nell'ambito del famoso Concilio di Nicea, presieduto dall'Imperatore romano Costantino.

Proseguendo nell'analisi proposta dal settimanale "Tempi" della canzone di John Lennon, non comprendiamo davvero perché mai l'idea utopistica e libertaria contenuta in “Imagine” che non esistano nazioni, dovrebbe essere un'idea violenta. Anzi. E' un invito alla fratellanza fra i popoli, senza distinzioni di nazione, razza, credo religioso, sesso e, aggiungeremmo, orientamento sessuale.

Idem per quanto concerne l'altra idea libertaria contenuta in “Imagine” relativa alla frase “immagina un mondo senza la proprietà”. E' questa un'idea violenta o, piuttosto, una prospettiva di equanimità, di fratellanza, di eguaglianza ove nessuno lucra economicamente sul suo simile ? Un'idea che, peraltro, più volte è stata suggerita anche dal Papa dei cattolici Francesco, in accordo con gli insegnamenti originari del Cristo ?

Poco importa se l'idea sia stata adottata anche dai più vari movimenti politici. John Lennon non era un politico o un capo religioso (che poi spesso è la stessa cosa), ma un artista, un poeta, un libero pensatore libertario e gnostico.

O forse è proprio questo che dà fastidio alla stampa ortodossa cattolica (non dissimile da quella islamica in questo senso), custode di un dio patriarcale, padre padrone, che nega l'uguaglianza dei suoi figli e li obbliga a seguire astrusi dogmi di..."fede" ?

Non è questa, piuttosto, l'origine della violenza ? L'origine delle guerre di religione dalle crociate sino a quella Santa Inquisizione che torturò e uccise migliaia di vittime innocenti in nome di un Dio che la Chiesa cattolica stessa dimostrava di bestemmiare o di non conoscere, negando così gli insegnamenti medesimi del Cristo, portatore di Luce, Fratellanza e Amore ?

Fra le assurdità che abbiamo letto, questa merita di essere ricordata.

In un momento storico ove occorrerebbe essere uniti in nome di un Amore e di una Fratellanza che non abbiamo mai praticato, vale la pena ancora dare ascolto ai poeti. Da John Lennon a Pasolini. Dal Cristo al Buddha. Da Jack Kerouac a Gandhi.


Luca Bagatin




3 maggio 2015

Gli scontri di Milano e le manifestazioni violente rafforzano da sempre il Potere. L'alternativa è voltare le spalle al Sistema

E' chiaro che non sono teppistelli, ma terroristi. E' grave che a chiamarli “teppistelli” sia il Capo del Governo, che, come solitamente fa, tende a minimizzare un atto gravissimo. Atto gravissimo che, peraltro, rafforza il Potere ed il Governo in carica. E tutti i governi repressivi.

Come nella Genova del G8 2001, anche questa volta è andato in onda un vero e proprio atto di guerriglia che, anziché danneggiare i Potenti, ha danneggiato la povera gente, la quale dovrebbe essere risarcita dagli stessi terroristi arrestati e dalle loro famiglie, siano residenti anche nella Papua Nuova Guinea !

Danneggiare abitazioni, automobili private, piccoli negozi, oltre ad essere un atto di terrorismo (e come tale andrebbe considerato e sanzionato), è un atto che con la lotta alla globalizzazione ed al sistema economico, non ha davvero nulla a che vedere. Anzi.

E' un danno alla cittadinanza (e cittadini sono anche i poliziotti, con stipendi da fame, come già ci ricordò Pier Paolo Pasolini), a persone inermi già tartassate dagli Stati e dai Governi e già sfruttate dal capitalismo, al punto che fa pensare che i black bloc, oltre che degli scalmanati, siano anche dei provocatori prodotti dal sistema globalista.

Noi, che siamo cresciuti a pane raffermo e controcultura, preferiamo ricordare un militante controculturale e libertario puro, uno che ha subito e affrontato spesso le angherie del governo statunitense (al punto da essere costretto ad andare in clandestinità alla fine degli Anni '70 e a doversi sottoporre a plastica facciale), che ha combattuto il sistema solamente con la goliardia e la nonviolenza: Abbie Hoffman.

Abbie Hoffman fu, fra le altre cose, il leader del partito degli Yippie e protagonista di tutte le battaglie contro la guerra nel Vietnam negli Anni '60 e '70 e di una lotta serrata al sistema capitalistico al punto che goliardicamente, nel 1967, si mise a gettare biglietti da un dollaro sugli scambisti della Borsa di New York e organizzò numerosissime manifestazioni provocatorie e nonviolente contro il Sistema (come proporre la candidatura alle elezioni politiche di un maiale chiamato Pigasus o facendo marciare 50.000 persone attorno al Pentagono con il proposito di far lievitare l'edificio in aria).

Abbie Hoffman fu la persona che, assieme a Timothy Leary (che Nixon definì “l'uomo più pericoloso d'America”), diede più filo da torcere ai governi statunitensi ed al Sistema politico-economico di qualsiasi altro. Ed il tutto attraverso l'uso del cosiddetto “teatro di strada”, della nonviolenza, della goliardia, dell'irrisione, della de-mediaticizzazione del Sistema.

Questo i ragazzi ed i ragazzini di oggi nemmeno lo sanno. A loro basta trasformarsi in terroristi, far parlare di sé in televisione, postare video idioti nei cosiddetti “social” (che di sociale non hanno proprio nulla e sono stati ideati – non a caso - dall'ennesimo ragazzino in cerca di fama e soldi !) e fottere la povera gente, dando così una mano al Sistema politico-economico imperante.

Se volete fare la rivoluzione davvero, allora fatela contro i Potenti. Che hanno nomi e cognomi e che appaiono continuamente nei media. E soprattutto improntate la vostra vita in modo tale che il Sistema non vi riguardi più, che sia solo un'illusione. Smettendo così di collaborare con esso.

Non comperate più gli ultimi modelli di smartphone; non comperate più automobili (smettete di guidare, visto che esistono i mezzi pubblici !); non guardate la televisione e, comunque, se lo fate, cambiate canale quando trasmettono la pubblicità commerciale; non accettate alcuna offerta commerciale (che è l'ennesima ruberia legalizzata !); smettete di acquistare prodotti di marca e prodotti da multinazionali, le quali sfruttano da sempre i lavoratori; usate la rete, ma solo per diffondere messaggi d'amore e solo per ricercare rapporti d'amore e per comunicare messaggi profondi e meditati, che non inseguano stupide mode o piaceri effimeri; cercate di comprendere che i doveri (verso voi stessi, i vostri cari, l'umanità) sono più importanti dei diritti (leggere un rivoluzionario vero come Giuseppe Mazzini non vi farebbe male !); smettete di andare a votare, perché i politici ricercano il vostro voto solo per poter manipolare il vostro modo di essere e di vivere: informatevi ed autogestitevi, quindi; iniziate a coltivare la terra, anche un piccolo orto in casa, in modo da cercare di essere autosufficienti il più possibile; create reti sociali, società cooperative autentiche, con lo scopo di autogestire il vostro stesso lavoro; smettete di dare peso agli eventi mediatici e voltate loro le spalle.

Ritiratevi progressivamente dal Sistema, dunque. Smettete di essere consumatori/elettori/individui passivi. Acquisite consapevolezza spirituale e morale. Rifiutate il materialismo ed il modernismo.

Tutte cose che spaventeranno qualsiasi Potente, specie se attuate su vastissima scala. E che ci restituiranno un mondo migliore e delle persone più consapevoli, spiritualmente attive, autogestite.


Luca Bagatin



23 gennaio 2015

INTERVISTA PER BEPPE SALVIA a Mauro Biuzzi nel 30° ANNIVERSARIO della morte (1985-2015) (tratta da www.lanotiziah24.com e www.asinorossoferrara.blogspot.it)

Riproduciamo l'interessante intervista di Roberto Guerra a Mauro Biuzzi, fondatore e Segretario del Partito dell'Amore, nonché artista e co-fondatore della rivista "Braci" alla fine degli Anni '80 assieme - fra gli altri - al poeta Beppe Salvia a cui è dedicata l'intervista medesima.
A trent'anni dalla morte.

L'intervista è tratta dai siti: www.lanotiziah24.com e www.asinorossoferrara.blogspot.it


INTERVISTA PER BEPPE SALVIA a Mauro Biuzzi nel 30° ANNIVERSARIO della morte (1985-2015)
 Dicembre 2014

Il poeta Beppe Salvia: foto opera di Mauro Biuzzi

D1- Mauro Biuzzi, Beppe Salvia, alla ricerca di un grande poeta “perduto”?

R1- Mauro Biuzzi Ecco, qui ti vorrei rispondere anche alla terza domanda, immettendo i due contenuti in una risposta a senso unico: il modo in cui Beppe ci indicò il nostro destino e la nostra inerzia nel capire e cambiare, il suo vaticinio incompreso… “una fila di bottoni sul panciotto è tale. un cielo è un cielo. disinteressati alla fuga prospettica.” (idea cinese, 1987).

Ho sempre sostenuto che Beppe non fu profeta ma oggi preciso che certamente fu Vate. A proposito della “finziocrazia” dominante, devo premettere che questa mia “anti-prospettiva di verità e di amore” per Beppe è costata dieci anni fa la vergognosa esclusione dei miei due scritti su di lui (Manifesto di Piazza Pio XI del 1990 e La Leggenda Aurea del 2005) dalle sue bibliografie ufficiali, pubblicate nei vari volumi che uscirono nel ventennale della morte. Libri nei quali peraltro stava scritto a proposito della rivistaBraci, alla cui fondazione partecipammo a vent’anni: “I giovani poeti negli anni Ottanta si incontrarono nell’ambiente universitario della Facoltà di Lettere, o ancor prima, sono legati da rapporti di amicizia che risalgono all’adolescenza o alla scuola, come quello fra Claudio Damiani e Giuseppe Salvatori, fra Beppe Salvia e Mauro Biuzzi.” (F. Giacomozzi, Campo di battaglia, 2005). E pure scrivevano che Beppe mi aveva chiesto di lavorare alla copertina, alle immagini e all’impaginazione del suo primo libro, Elemosine Eleusine, lavoro inedito poiché interrotto dal suo suicidio.

Ecco, da allora non mi stanco di ripetere, senza alcun pudore nichilista, che il suicidio di Beppe è la pietra di inciampo di tutte le analisi letterarie su di lui, che non riescono in alcun modo a valutare questa morte cristologicamente, ovvero in maniera consequenziale alla sua vita poetica, al nostro Urbi et Orbi. Ecco, romanamente. Antropologicamente. Nemmeno ci provano a farlo, queste analisi pseudo-testuali, chiuse come sono nei linguaggi di genere, nella resa al nichilismo linguistico, al porno per il porno. Analisi “esistenziali” che invece si producono ormai a iosa nei mercati dove si mitizzano, a distanza di sicurezza, la morte di Pasolini o di Modigliani o di Rimbaud o di Anna Frank. 

Questo capita perché il suicidio di Beppe è ancora un gesto di vitalità insostenibile per l’esangue e pavida generazione terminale a cui appartenne: inarrivabile, incomprensibile. E anche perché quel suicidio fu un suo inequivocabile e precoce sottrarsi a quel mercato delle pulci nel quale si sarebbe trasformata, dagli anni novanta, la catena che alimenta la cultura in Italia e nel mondo, a seguito dello sterminio sistematico dei pochi grandi predatori a favore della proliferazione dei tanti piccoli specialisti. Negli anni ottanta non bastava più non partecipare, come Beppe fece, a quel triste dopolavoro detto, con umorismo involontario, “Festival dei Poeti”.

Ecco, va detto chiaramente che per non cibarsi a vita nella ciotola del canile della Casa delle Letterature, Beppe dovette prevedere il suicidio. Annunciato, per l’esattezza, nel suo ultimo travestimento, il servo corvino del conte Mario: “Il valletto si era suicidato.” (Un uomo buono le sue dolci colpe, 1985). A trent’anni dalla sua morte, se facendo zapping ci si sofferma sulle chiacchiere rosa o anche solo sulle facce rosa dei “giovani” manager cresciuti a tartine, dai bar dei musei fino ai ghetti dorati delle tv tematiche, il suo suicidio diventa precisa chiave stilistica o di poetica, come il seppuku dei Samurai che nel 1945 non accettarono la resa del Giappone e un Ordine che non fosse fondato sull’Immortalità del corpo. “un cielo è un cielo” significa che non si diventa uomini passando la vita a lucidare i pantaloni alle letture pubbliche o a consumare le suole sui red carpet delle Expò Universali. Bensì che si deve “redimere la terra e fondare le città” (Benito Mussolini, Pino Pascali e Pier Paolo Pasolini su Sabaudia).

 

Ritardare ancora questa interpretazione integrale e dissidente del caso di Beppe, magari con un mea culpa o un’abiura, è a mio avviso un atto di alto tradimento del patrimonio culturale italiano, del quale Beppe è l’espressione più recente. Interpretazione che se ancora omessa omertosamente merita la degradazione sul campo per quelli che, come me, vi furono testimoni.

“Non è semplice chiedere questo; è come sedurre il destino, ma nell’opera è l’opera. Il merito e il valore ce ne disinteressiamo.” (Il lume accanto allo scrittoio, 1980). E insieme: “Se contro il suicidio l’Eterno non avesse elevato la sua legge.” (W. Shakespeare, Amleto, 1600). Il vaticinio di Beppe, come una maledizione, si è puntualmente realizzato se si guarda alla definitiva sterilità creativa alla quale ha condotto il cosiddetto “sistema della cultura” dominato dal Mercato (dove l’opera non è altro che un equivalente del suo valore di scambio corrente), nel quadro della generale recessione della civiltà occidentale dominata dalla cultura finanziaria: lo sviluppo senza progresso. 

Offensiva recessiva che non a caso ha portato alla fame la nostra terra d’origine universale, la Grecia. Spinto al suicidio centinaia di piccoli imprenditori, discendenti di quegli umanisti fiorentini che hanno inventato l’impresa, in Italia (in origine fu Raul Gardini, 1993). Ha condotto allo sterminio e alla macelleria gangsteristica l’idea stessa di unità delle civiltà mediterranee tanto cara a Carl Gustav Jung e alla nozione di “inconscio collettivo”, che secondo lui era nato dalle profondità di questo caldo mare interno, dal quale infatti rinacque Venere secondo Botticelli. Ha stuprato la Venere Urania della nostra tradizione: ibernandola nella Paolina Borghese secondo Canova,  indemoniandola a Parigi secondo Modigliani (per colpa delle Damigelle di Avignone secondo Picasso), divizzandola a Roma grazie all’uso di Fontana di Trevi come un bidè postmodern italoamericano, secondo Fellini, il Toulouse-Lautrec de noantri.

Da lì alla Moana secondo Schicchi il passo è breve, ma andava stoppato. Ed io l’ho fatto. E solo grazie a Beppe. In breve, dunque, nell’occasione di questo trentennale della morte di Beppe Salvia posso dare la notizia che i disastri prodotti dall’attuale “degrado finziocratico mondiale” si erano manifestati per la prima volta, ben peggio di un virus Ebola, a danno di un piccolo gruppo di giovani sodali italiani che non distinguevano tra vita ed arte, e le cui alterne vicende si conclusero impietosamente col suicidio di Beppe, al quartiere Aurelio di Roma, nel 1985.

Noi siamo stati infatti l’ultimo gruppo di giovani che poterono legare la propria formazione ai luoghi e alle strade della città di Roma (prima della globalizzazione, dei non-luoghi, del territorio e di Internet, che ha spostato neisocial network  tutte le relazioni). Giovani che, con un biglietto di sola andata, si innalzarono dalle nuove periferie fino alle piazze monumentali, prima che Roma tornasse ad essere la sede della solita corte barocca che la occupa da oltre due millenni, un cartellone pubblicitario al Circo Massimo sotto il quale mendicanti di tutte le razze litigano per strapparsi un posto riscaldato dai riflettori, una nuova frontiera amalfitana zeppa di camerieri al solito servizio delle botteghe del Gran Tour, del Premio Oscar, del Papa straniero e dei figliastri del Marchese del Grillo. Cristo è sempre fermo a Fiumicino, dalla madre di Agostino.

 

D2- Mauro, più nello specifico, secondo te, quale la cifra letteraria del poeta?

R2- Mauro Biuzzi La cifra di Beppe è lo zero e la sua lettera è la X, in modo che se sovrapponi questi due segni di stasi viene fuori il logo della ruota, del movimento. Se poi ruoti questo logo di novanta gradi ti diventa una croce solare, il simbolo cristiano dell’Ordine Nuovo, il cui contenuto tradizionale e sacrificale si addice a Beppe (cfr. Il portatore di fuoco), a me stesso e perfino alla sottocultura punk che frequentavamo con spensierata leggerezza alla fine degli anni settanta. Ma questo accostamento blasfemo lo faccio anche con la speranza di far venire le coliche agli esegeti di Beppe, mercanti nel suo tempio e mendicanti fuori.

Nel 1990 questa cifra, vagamente riferibile ad un manifesto del gruppo Ordine Nuovo, la misi anche sulla copertina di un numero della mia rivista Arca.Propaganda contenente il succitato Manifesto di Piazza Pio XI,dedicato al quinto anniversario della morte di Beppe (http://www.beppesalvia.it/Biuzzisalvia/01.html). E fui perciò apostrofato come fascista (quando ancora l’antisemitismo non era diventato un prodotto buono a far alzare l’audience nei salotti tv, vedi Augias vs Buttafuoco) da qualche anima bella della mejo gioventù liberale romana, a corto di argomenti. Antesignani della “casta”, come li definii per primo nel 2005 (cfr. La Leggenda Aurea). Fascista a me, “antipolitico” per antonomasia, con un nonno anarchico che ha fondato il Partito d’Azione e una zia che ha ricevuto la Croce di Ferro per meriti nella Resistenza.

 

D3- Biuzzi, la poesia-vita oggi ancora possibile nel degrado finziocratico mondiale?

 

R3- Mauro BiuzziHo impostato questa terza risposta in apertura d’intervista. Semplificando, ho detto che il suicidio di Beppe è stato la formalizzazione vitale e mortale della sua resistenza al degrado di cui parli. Così come il martirio è stato, nella cultura cristiana che precedette la secolarizzazione, il gradino più alto di una serie di azioni politico-culturali consequenziali. Che quello di Beppe sia stato un modello di anti-sistema lo dimostra anche il fatto che in questi trent’anni quasi tutti gli scrittori più importanti tra i fondatori della rivista Braci non hanno pubblicato altro libro di poesie che quello di esordio, sospendendo da allora la loro attività editoriale (per esempio Gino Scartaghiande, Giuliano Goroni, Paolo Del Colle, Giselda Pontesilli). Caso più unico che raro nella cultura iper-alfabetizzante del novecento e in controtendenza rispetto alla conseguente ri-produttività conigliesca tipica della cultura-mercato degli ultimi trent’anni. Chi più chi meno, in Braci ci si liberò a fatica, soprattutto grazie a Beppe, dal prototipo di “intellettuale del ’900? che, fino al 1968, aveva contribuito a costruire le egemonie culturali logocentriche delle masse logorroiche, sul modello e i valori purofilosofici dell’Illuminismo e dei Diritti umani.

La nostra mission era fare fuori il vampiro di professione, il famigerato “intellettuale organico al partito di massa”, il collaborazionista cattocomunista, soggetto che oggi si è mutato in un esercito di vedettes, opinionisti tv ed esperti di marketing col solo obiettivo di far vincere il proprio padrone di turno (partito o editore o produttore), si tratti di vendere cultura, programmi politici, format televisivi, armi, alimenti, appartamenti, infrastrutture, sesso, gossip, titoli di borsa, abbigliamento, diritti umani, viaggi, farmaci e altro Varietà. Insomma, una cavalletta geo-politica, esperta di import/export di Democrazia ovvero di Desiderio.

Sarei tentato di dire che in Braci si affermò l’idea che l’unica forma culturale che poteva opporsi a questo Pensiero Unico del mondialismo mercantile di massa, che aliena ed affama tutto il pianeta, era quella di un Ecumene di memoria classico-cristiana. Personalmente la conferma mi venne dall’osservazione dell’America Latina negli ultimi anni del ’900, da quel rinascimento bolivariano che ebbe la sua eccellenza nel nazionalismo sociale del presidente venezuelano Hugo Chavez, nel suo tentativo di unificazione delle nazioni autoctone del settentrione sudamericano, nella sua teoria di un socialismo del cuore nazionale e popolare.

D’altronde nello scenario di quei conflitti tra realtà nazionali e neo-imperialismo coloniale si erano già formate la figura e il metodo dell’unico uomo che riuscì a unificare il nostro paese, Giuseppe Garibaldi, modello di stratega italiano mai più eguagliato nella nostra storia nazionale e bollato dal Marx londinese alla stregua di un buffone. Altro che il Che Guevara dei sessantottini borghesi, altro che Cuba libre… Sotto quella bandiera, nel mio piccolo detti l’ultima spallata mediatica alla Repubblica delle Tangenti, tentando l’impresa di una politica carismatica e terapeutica nelle elezioni politiche italiane del 1992, quando con grande successo di pubblico portai nell’ultima campagna elettorale della Prima Repubblica il Partito dell’Amore fondato con l’amica Moana Pozzi, con una teoria politica cristiano-dionisiaca e filo-mediterranea (anti-atlantista e anti-europeista). 

Così sono riuscito di nuovo a far manifestare Venere in Italia, Venere in carne e ossa, davanti all’Altare della Patria a Roma (http://www.partitodellamore.it/diva_patria/amministrative/003/i01.html). STOP. Fine dei giochi. Se per Beppe, se per me per un altro verso, è stato possibile fare cose ormai ritenute impossibili, così sarà possibile ancora per altri, anche in questo momento.

 

D4- Mauro Biuzzi, per l’anniversario del 2015, progetti in preparazione?

R4- Mauro Biuzzi Per il sito che ho dedicato a Beppe (http://www.beppesalvia.it/su_salvia/index.html) ho realizzato nel 2010 un documento audiovisivo in sedici episodi dal titolo Testamento, l’arte di morire all’Aurelio. Con mezzi digitali, la cui novità, povertà e immediatezza mi garantivano di non cadere nel recinto di genere, tentai la lettura microcosmica e macrocosmica della poesia e del poeta, del luogo e del genio, del bottone e del cielo.
Testimonianza opposta alla vincente teoria dei non-luoghi, sulla quale si fonda lo sterminio nichilistico delle origini culturali delle popolazioni che il mondialismo rende funzionale alla deportazione di masse aviotrasportate sullo scacchiere delle nuove colonizzazioni, 
Testamento semplicemente documenta la morte del Gran Tour e l’inizio di un vero pellegrinaggio, di un giro delle sette chiese nei luoghi poetici e urbani della passione terrena mia e di Beppe. In tal modo superando e ricentrando anche i modi della deriva situazionista, a suo modo interstiziale e decadente, territoriale e retro-avanguardistica insomma. Su quell’epigrafe monumentale di due ore e mezzo, si basò la tesi di laurea in Storia della Comunicazione di Giovanna Buco su Beppe (https://www.yumpu.com/it/document/view/15712257/universita-degli-studi-della-tuscia-facolta-di-lingue-beppe-salvia). L’audiovisivo che girammo in digitale era destinato alla sola visione nel web, dove continua a poter essere visto nella totale promiscuità che vige in quei nuovi sotterranei dell’immaginario del terzo millennio, sfuggendo così alle camere ardenti culturali alle quali Beppe si era già sottratto keatsianamente.
Mi è stato chiesto di creare, con la proiezione di 
Testamento, una serata celebrativa del trentennale della morte di Beppe nel più importante cineclub storico di Roma, spazio collocato al confine tiberino dell’Aurelio, dove ad un giovane volenteroso nei primi anni settanta bastavano poche fermate del bus 98 per poter scoprire grandi maestri di tutto il mondo (Michael Snow, Peter Kubelka, Steve Dwoskin, Stan Brakhage, Gregory Markopoulos, Mario Schifano). Sto valutando la possibilità di farlo senza snaturarne l’estetica e l’etica, insomma la forma complessa ma perfettamente compiuta di quel mio modesto contributo, a fronte della grandezza del tema.

a cura di Roby Guerra



6 settembre 2014

Scontro di civiltà o di barbarie ?

Scontro di Civiltà, o, piuttosto, scontro di Barbarie ?

Barbarie dei barbari che non conoscono Dio, ma che si nascondono dietro le Religioni Monoteiste Istituzionalizzate al fine di farsi la guerra e lucrare sul proprio prossimo, al fine di imporre la propria visione e controllarne mente, corpo e azioni.

Barbarie dei barbari che invadono Paesi sovrani, imponendo la loro visione pseudo-democratica di un Occidente che è arrivato alla fine dei suoi giorni, attanagliato da una crisi economica causata dalle Banche Centrali, dai Governi, dal sistema del signoraggio bancario, del Fondo Monetario Internazionale che seguita ad impoverire chi è già povero e ad arricchire chi è già ricco.

Barbarie di coloro i quali hanno una visione della donna schiava, della donna sottoposta: da una parte alle volontà dei patriarchi, dei mariti, del loro “Dio” che non conoscono (perché Dio è Amore, in tutte le lingue del mondo e questo cattolici, ebrei ed islamici, evidentemente, non lo sanno ancora) e dall'altra è schiava della pubblicità commerciale, della prostituzione del suo corpo e della sua mente. Prostituzione televisiva, commerciale, legata al profitto.

In realtà non esiste un Occidente democratico e civile ed un Islam antidemocratico ed incivile. O viceversa. Esistono due realtà contrapposte solo in apparenza, ovvero schiave del Potere. Schiave dei Governi (poco importa se eletti “democraticamente”), dei dittatori, degli oligarchi. Schiave di un sistema monetario internazionale e di un'economia che non contempla l'Amore, ma che ha ucciso l'Umanità per aprire le porte al profitto, al guadagno, ovvero allo sfruttamento dei popoli, degli individui, delle menti, dei corpi, delle donne.

Non vi può essere vera cultura dei diritti se, nel mondo, vi sono ancora bambini che soffrono, che muoiono, che hanno fame. E la stessa cosa vale per donne e uomini, trattati come carne da macello e schiavi della dittatura del Potere, del Danaro, della Religione.

Quando, poco più di un anno fa, fondai “Amore e Libertà”, un movimento-non-movimento, un partito-non partito (un Partito Unico, per molti versi, alternativo ai “partiti” pseudo-democratici di oggi), un pensatorio (anti)politico e (contro)culturale (anti “questa” politica del profitto, contro “questa” cultura dell'odio), parlavo anche e proprio di questo, ovvero del costruire la Civiltà dell'Amore dalle macerie dell'inciviltà dell'odio, dell'inciviltà del piacere effimero tipico della società capitalistico-borghese, della religione utilizzata come strumento di controllo dei corpi e delle menti.

Ciò che sta accadendo in Medioriente è inaccettabile: da una parte e dall'altra. Ciò che sta accadendo in Ucraina è inaccettabile: da una parte e dall'altra. Nella fattispecie andrebbe fatta una riflessione, ovvero da dove deriva tale crisi ? Deriva dallo sfruttamento. La caduta del Muro di Berlino, nella fattispecie, anziché liberare i popoli dal giogo sovietico, li ha costretti ad una nuova schiavitù. Pensiamo ad esempio alle tante donne e ragazze dell'Est, costrette a prostituirsi nell'Occidente pseudo-democratico. Sfruttate, malmenate da papponi senza scrupoli e mai tutelate dagli Stati, dai Governi che, intanto, a Bruxelles, si spartivano la torta imponendo una moneta unica che, di fatto, ci ha impoveriti tutti quanti e resi schiavi della Banca Centrale Europea (come nel 1913 furono resi schiavi del sistema monetario e del conseguente signoraggio bancario gli statunitensi, attraverso la creazione della Federal Reserve).

Questa non è civiltà, ma barbarie. Lo scontro vero non è fra due civiltà, bensì fra due barbarie. Fu così durante la Guerra Fredda, che vide contrapposti due grandi imperialismi a tutto svantaggio del Terzo Mondo e dei popoli di tutti il pieneta ed è così oggi, ove agli imperialismi si sono sostituiti i Governi, il sistema monetario internazionele, il “libero commercio” (spesso di armi), la pubblicità commerciale, la religione come mezzo di offesa e non di evoluzione spirituale, il moralismo senza morale, il razzismo e così via.

Occorre essere consapevoli di ciò e riconoscere che occorre riunire ciò che è sparso. Smetterla con le contrapposizioni sterili e comprendere che l'unica contrapposizione vera è fra Civiltà dell'Amore da una parte ed inciviltà dell'odio, del piacere effimero e del dolore dall'altra.

L'Amore fra i popoli potrebbe essere l'unica ideologia possibile da contrapporre al Potere ed allo sfruttamento. L'unica alternativa al sistema capitalistico ed a quello delle Religioni e delle Ideologie istituzionalizzate che, di fatto, ci stanno costringendo, ogni giorno, a pagare un prezzo altissimo in termini economici, umani ed intellettuali.

L'obiettivo di “Amore e Libertà”, in questo senso, è di un ripristino dell''Agorà dell'Antica Grecia, ovvero un sistema che permetta a chiunque di autogestirsi, di auto-governarsi. E' la nascita dell'Internazionale dell'Amore, che, recuperando gli ideali della Prima Internazionale dei Lavoratori del 1864, vada a sanare le divisioni ideologiche fra mazziniani, anarchici e socialisti e vada a recuperare il meglio del pensiero mazziniano, anarchico e socialista. Per un'alternativa libertaria, umanitaria e sentimentale. L'obiettivo di “Amore e Libertà” è la socializzazione dell'economia, ovvero l'autogestione delle aziende da parte dei singoli cittadini, affinché siano loro stessi a trarne vantaggio, con amore e libertà. Perché l'avvenire o può seguitare a mostrarci un mondo fatto di violenza e sfruttamento, oppure può essere radioso e gestito o, meglio autogestito, da tutti i cittadini uniti, come fratelli.

Questo è peraltro anche il messaggio del Cristo e di tutti i Grandi Iniziati che mai vollero fondare religioni o sostenere governi, ma predicarono l'eguaglianza, l'amore e la libertà fra le genti.


Luca Bagatin
Presidente e fondatore di “Amore e Libertà”
www.amoreeliberta.altervista.org
www.amoreeliberta.blogspot.it
www.lucabagatin.ilcannocchiale.it



25 settembre 2012

"Viaggio nella notte": uno spaccato dell'alienazione vissuta e subita nel Nord Est italiano



"Viaggio nella notte" (Hacca edizioni), è il quinto romanzo dell'amico Massimiliano Santarossa, che è stato presentato in conferenza stampa a Pordenonelegge 2012.
Massimiliano, che peraltro conosco personalmente da almeno quindici anni e che so bene non essere un radical-chic, ma persona che conosce bene ciò di cui racconta, per averlo vissuto sulla sua pelle, ripercorre ancora una volta il rapporto "lavoro di fabbrica-periferia-Nord Est italiano".
Un filone alienante ed angosciante quello raccontato da Massimiliano, che narra di un periodo che va dagli anni '80 sino ai giorni nostri. Di un Nord Est che ha conosciuto un grande sviluppo economico, che però ne è stato anche la principale ragione del suo degrado: urbanistico ed umano in primis.
In nome di questo fantomatico "sviluppo" si sono cementificate le periferie, si è costretto i contadini ad abbandonare montagne e campagne, si è urbanizzato e omologato tutto quanto. In nome della cultura del "lavoro ad ogni costo", tipica della mentalità veneto-friulana, si sono persi i contatti con le tradizioni, si sono persino rifiutate le stesse, si sono ricercati piuttosto i "paradisi artificiali", lo sballo del sabato notte, al fine di dimenticare le dieci/dodici ore di lavoro in fabbrica.
Massimiliano Santarossa è assolutamente convinto che "lo sviluppo fine a sé stesso non basta più". E ricorda un'affermazione dell'ex Presidente della Regione Veneto, Giancarlo Galan, il quale si è letteralmente preso la "colpa generazionele" di aver pensato poco allo sviluppo del territorio in termini turistico-paesaggistici e di aver invece contribuito a cementificarlo.
"Viaggio nella notte" racconta la storia vera delle ultime tredici ore di vita di un ragazzo trent'enne della periferia del Nord Est. Operaio colto, il nostro protagonista, il quale incarna la metafora della perdita: perdita del lavoro inteso come mondo della fabbrica, alinenante, che si sta sgretolando. Perdita della famiglia, in quanto il padre morirà di crepacuore dopo una vita di lavoro e perdita della fede, intesa come visione di un Dio nel quale credere e sperare.
Il romanzo di Massimiliano Santarossa è dunque assente di ogni speranza, crudo come lo è la vita stessa. Vita che il protagonista del racconto deciderà di togliersi in quanto vuole fare "del suo corpo barriera", moderno Cristo, immolato affinché la sua morte sia di avvertimento e monito per la sua generazione e per le persone della sua terra, le quali, ingannate dallo "sviluppo facile" e dal "lavoro ad ogni costo" si sono trovate imbrigliate in una spirale disumanizzante senza fine.
E' forse anche una riflessione sul suicidio, che in Italia è ritenuto tabù, chissà mai perché, forse perché si è incapaci di andare oltre al pensiero della vita o, forse, perché non se ne comprendono taluni stati di alienazione.
Massimiliano Santarossa, ad ogni modo, è ottimista per il futuro e ritiene che le nuove generazioni, a differenza di quelle precedenti, siano molto più consapevoli della loro condizione e possano essere pronte a generare un nuovo cambiamento, con maggiore attenzione per il territorio e per la cultura.

Luca Bagatin (nella foto con Max Santarossa)



28 luglio 2012

Per un Partito Liberista (o per le Libertà) in grado di fermare il declino del Paese



Oscar Giannino, noto giornalista economico e già esponente di spicco del Partito Repubblicano Italiano, sembra fare sul serio.
Con il suo Manifesto del Partito Liberista dal titolo "Fermare il declino" (al quale è possibile aderire al sito www.fermareildeclino.it), egli mette sul tavolo proposte serie e concrete per riformare l'Italia in senso laico, liberale e libertario, contrapponendosi all'inconcludente classe politica nostrana di destra e sinistra che, in tutti questi anni, si è occupata unicamente del proprio tornaconto personale, a tutto danno dei cittadini-elettori.
Oscar Giannino ed i suoi sostenitori parlano chiaro, ovvero, se ci saranno le condizioni, dal prossimo autunno getteranno le basi per un vero e proprio partito politico schiettamente liberista che avrà due parole d'ordine: meno tasse e più meritocrazia.
Per chi vi scrive, le parole di Giannino contenute nel suo Manifesto, sono una ventata di aria profumata nella cloaca putrida della politica italiana. Sono le medesime cose che, questo mio blog, va scrivendo da anni e per le quali è disposto ad investire in termini di energie e di divulgazione politica, culturale, intellettuale, formativa.
Chi vi scrive, infatti, ha già aderito al manifesto e ha già una proposta per Giannino: dialogo immediato con i Radicali italiani di Emma Bonino e Marco Pannella (ma anche con il nascente movimento di Ilona Staller "Democrazia Natura Amore"), in vista della costituzione di liste Radicali e Liberaldemocratiche unitarie che potrebbero portare, nel simbolo, gli stessi nomi di Emma Bonino ed Oscar Giannino.
Candidando, in tali liste, solo persone della società civile, del mondo del lavoro e dell'impresa, del precariato e soprattutto giovani di età inferiore ai trent'anni.
Ulteriori parole sono e sarebbero inutili. E' per questo che desidero riportare integralmente il testo del Manifesto "Fermare il declino" e le sue dieci proposte.
Libertari e liberisti di tutta Italia: uniamoci !

Luca Bagatin

La classe politica emersa dalla crisi del 1992-94 - tranne poche eccezioni individuali - ha fallito: deve essere sostituita perché è parte e causa di quel declino sociale che vogliamo fermare. L’Italia può e vuole crescere nuovamente.

Per farlo deve generare mobilità sociale e competizione, rimettendo al centro lavoro, professionalità, libera iniziativa e merito individuale. Affinché l’interesse di chi lavora – o cerca di farlo, come i giovani e tante donne – diventi priorità bisogna smantellare la rete di monopoli e privilegi che paralizzano il paese. I problemi odierni sono gli stessi di vent'anni fa, solo incancreniti: l’inefficienza dell’apparato pubblico e il peso delle tasse che lo finanziano stanno stremando l’Italia. Perdendo lavoro e aziende, migliaia di persone non sono più in grado di produrre e milioni di giovani non lo saranno mai.

Tagliare e rendere più efficiente la spesa, ridurre le tasse su chi produce, abbattere il debito anche attraverso la vendita di proprietà pubbliche, premiare il merito tra i dipendenti pubblici, promuovere liberalizzazioni e concorrenza anche nei servizi e nel sistema formativo, eliminare i conflitti di interesse, liberare e liberalizzare l’informazione, dare prospettive e fiducia agli esclusi attraverso un mercato del lavoro più flessibile ed equo. Sono queste le discriminanti che separano chi vuole conservare l’esistente da chi vuole cambiarlo per far sì che il paese goda i benefici dell’integrazione economica europea e mondiale. Nessuno, fra i partiti esistenti, si pone neanche lontanamente questi obiettivi. Noi vogliamo che si realizzino.

Per questo motivo auspichiamo la creazione di una nuova forza politica – completamente diversa dalle esistenti – che induca un rinnovamento nei contenuti, nelle persone e nel modo di fare politica. Cittadini, associazioni, corpi intermedi, rappresentanze del lavoro e dell’impresa esprimono disagio e chiedono cambiamento, ma non trovano interlocutori. Ci rivolgiamo a loro per avviare un processo di aggregazione politica libero da personalismi e senza pregiudiziali ideologiche, mirato a fare dell’Italia un paese che prospera e cresce. Invitiamo a un confronto aperto le persone e le organizzazioni interessate, per costruire quel soggetto politico che 151 anni di storia unitaria ci hanno sinora negato e di cui abbiamo urgente bisogno.

  • 1) Ridurre l'ammontare del debito pubblico. è possibile scendere rapidamente sotto la soglia simbolica del 100% del PIL anche attraverso alienazioni del patrimonio pubblico, composto sia da immobili non vincolati sia da imprese o quote di esse.
  • 2) Ridurre la spesa pubblica di almeno 6 punti percentuali del PIL nell'arco di 5 anni. La spending review deve costituire il primo passo di un ripensamento complessivo della spesa, a partire dai costi della casta politico-burocratica e dai sussidi alle imprese (inclusi gli organi di informazione). Ripensare in modo organico le grandi voci di spesa, quali sanità e istruzione, introducendo meccanismi competitivi all’interno di quei settori. Riformare il sistema pensionistico per garantire vera equità inter—e intra—generazionale.
  • 3) Ridurre la pressione fiscale complessiva di almeno 5 punti in 5 anni, dando la priorità alla riduzione delle imposte sul reddito da lavoro e d'impresa. Semplificare il sistema tributario e combattere l'evasione fiscale destinando il gettito alla riduzione delle imposte.
  • 4) Liberalizzare rapidamente i settori ancora non pienamente concorrenziali quali, a titolo di esempio: trasporti, energia, poste, telecomunicazioni, servizi professionali e banche (inclusi gli assetti proprietari). Privatizzare le imprese pubbliche con modalità e obiettivi pro-concorrenziali nei rispettivi settori. Inserire nella Costituzione il principio della concorrenza come metodo di funzionamento del sistema economico, contro privilegi e monopoli d'ogni sorta. Privatizzare la RAI, abolire canone e tetto pubblicitario, eliminare il duopolio imperfetto su cui il settore si regge favorendo la concorrenza. Affidare i servizi pubblici, incluso quello radiotelevisivo, tramite gara fra imprese concorrenti.
  • 5) Sostenere i livelli di reddito di chi momentaneamente perde il lavoro anziché tutelare il posto di lavoro esistente o le imprese inefficienti. Tutti i lavoratori, indipendentemente dalla dimensione dell'impresa in cui lavoravano, devono godere di un sussidio di disoccupazione e di strumenti di formazione che permettano e incentivino la ricerca di un nuovo posto di lavoro quando necessario, scoraggiando altresì la cultura della dipendenza dallo Stato. Il pubblico impiego deve essere governato dalle stesse norme che sovrintendono al lavoro privato introducendo maggiore flessibilità sia del rapporto di lavoro che in costanza del rapporto di lavoro.
  • 6) Adottare immediatamente una legislazione organica sui conflitti d'interesse. Imporre effettiva trasparenza e pubblica verificabilità dei redditi, patrimoni e interessi economici di tutti i funzionari pubblici e di tutte le cariche elettive. Instaurare meccanismi premianti per chi denuncia reati di corruzione. Vanno allontanati dalla gestione di enti pubblici e di imprese quotate gli amministratori che hanno subito condanne penali per reati economici o corruttivi.
  • 7) Far funzionare la giustizia. Riformare il codice di procedura e la carriera dei magistrati, con netta distinzione dei percorsi e avanzamento basato sulla performance; no agli avanzamenti di carriera dovuti alla sola anzianità. Introdurre e sviluppare forme di specializzazione che siano in grado di far crescere l'efficienza e la prevedibilità delle decisioni. Difendere l'indipendenza di tutta la magistratura, sia inquirente che giudicante. Assicurare la terzietà dei procedimenti disciplinari a carico dei magistrati. Gestione professionale dei tribunali generalizzando i modelli adottati in alcuni di essi. Assicurare la certezza della pena da scontare in un sistema carcerario umanizzato.
  • 8) Liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne, oggi in gran parte esclusi dal mercato del lavoro e dagli ambiti più rilevanti del potere economico e politico. Non esiste una singola misura in grado di farci raggiungere questo obiettivo; occorre agire per eliminare il dualismo occupazionale, scoraggiare la discriminazione di età e sesso nel mondo del lavoro, offrire strumenti di assicurazione contro la disoccupazione, facilitare la creazione di nuove imprese, permettere effettiva mobilità meritocratica in ogni settore dell’economia e della società e, finalmente, rifondare il sistema educativo.
  • 9) Ridare alla scuola e all'università il ruolo, perso da tempo, di volani dell'emancipazione socio-economica delle nuove generazioni. Non si tratta di spendere di meno, occorre anzi trovare le risorse per spendere di più in educazione e ricerca. Però, prima di aggiungere benzina nel motore di una macchina che non funziona, occorre farla funzionare bene. Questo significa spendere meglio e più efficacemente le risorse già disponibili. Vanno pertanto introdotti cambiamenti sistemici: la concorrenza fra istituzioni scolastiche e la selezione meritocratica di docenti e studenti devono trasformarsi nelle linee guida di un rinnovato sistema educativo.Va abolito il valore legale del titolo di studio.
  • 10) Introdurre il vero federalismo con l'attribuzione di ruoli chiari e coerenti ai diversi livelli di governo. Un federalismo che assicuri ampia autonomia sia di spesa che di entrata agli enti locali rilevanti ma che, al tempo stesso, punisca in modo severo gli amministratori di quegli enti che non mantengono il pareggio di bilancio rendendoli responsabili, di fronte ai propri elettori, delle scelte compiute. Totale trasparenza dei bilanci delle pubbliche amministrazioni e delle società partecipate da enti pubblici con l'obbligo della loro pubblicazione sui rispettivi siti Internet. La stessa "questione meridionale" va affrontata in questo contesto, abbandonando la dannosa e fallimentare politica di sussidi seguita nell'ultimo mezzo secolo.



24 giugno 2012

Perché, alle prossime elezioni, è importante sostenere le liste "Radicali Bonino-Pannella" e "Democrazia Natura Amore" di Ilona Staller (dialogando con il Movimento Cinque Stelle)



Siamo giunti ad una fase di stallo.
O la politica muore, oppure si rinnova: dalle ceneri dell'attuale sfacelo.
Uno sfacelo durato troppo tempo, almeno dal 1993, quando la democrazia subì un duro colpo e - caso unico nell'Occidente democratico - i partiti di governo furono falciati via.
Quelli erano partiti di governo, però.
Questi di oggi, invece ? Lasciamo stare.
Macchine mangiavoti e mangiadanari, autoreferenziali, prive di qualsiasi cultura e prospettiva. Prive di qualsiasi remora morale ed amore per il cittadino.
Fra queste macerie, purtuttavia, assistiamo alla nascita di un movimento organizzato della società civile, il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo. Un movimento di cui non condividiamo magari molto, ma, ad ogni modo, rappresenta un segnale di contrapposizione all'antipolitica eversiva dei Bersani, degli Alfano, dei Di Pietro, dei Vendola, dei Maroni e dei Casini.
Ma noi crediamo in altro. Da liberali, laici e libertari. Crediamo in un ampio movimento di onestà morale ed intellettuale dalle solide radici che, ancora una volta, sembra sostanziarsi nell'esistenza dei Radicali di Marco Pannella ed Emma Bonino.
Un partito-movimento, quello Radicale, che viene da lontano, a rappresentare sia la Destra Storica liberale che la Sinistra più pura, tanto da collocarsi alla "sinistra" dello stesso Partito Comunista Italiano, in un dialogo continuo con le forze dell'alternativa extraparlamentare trotzkista, nonviolenta, liberalsocialista e libertaria.
E come non pensare che, oggi, sono proprio i Radicali a meritare questa nostra fiducia. La fiducia che abbiamo riposto in loro, negli anni del divorzio, dell'aborto, dell'obiezione di coscienza. Quando i Radicali si facevano arrestare, per garantire i nostri diritti. I Radicali, amici di Pasolini, Sciascia, Vittorini, Tortora. Intellettuali e giornalisti onesti e non magnaccioni, come ce ne sono e ce ne erano troppi, allora ed oggi.
I Radicali che cambiarono il costume italiano e lo resero civile, europeo, occidentale. I Radicali che, per primi, candidarono nelle loro liste omosessuali e transgender, quando a "sinistra", i comunisti, li chiamavano "froci" (questo, Nichi Vendola, non lo ricorda. O finge di non ricordarselo).
I Radicali che, per primi, parlarono di libertà di lavoro e di impresa, di Europa unita, ma prima sotto il profilo politico. Che per primi parlarono di ambiente e diritti degli animali, fondando le primissime liste verdi.
Che parlarono e parlano di diritti dei disabili e di ricerca scientifica per i malati.
Che parlarono e parlano di diritto all'eutanasia ed al suicidio assistito, in un Paese, il nostro, ove i corpi sembrano essere di proprietà dello Stato e del Vaticano (oppure le due cose coincidono !?!).
I Radicali. ancora oggi, ci sono e, negli ultimi sondaggi, raccolgono oltre il 3,5%.
E, poi, lasciatemi spezzare una lancia in favore di Ilona Staller, ex pornostar, ex radicale, da sempre vicina alle battaglie per i diritti civili ed umani e per le libertà sessuali.
Se oggi scendesse in campo, con il suo movimento Democrazia Natura Amore (DNA), come non sostenerla ? Personalmente, dopo quindici anni di politica attiva e tante delusioni, sono anche disposto a candidarmi nelle sue liste e le ho già personalmente assicurato il mio appoggio.
L'alternativa all'arroganza di Potere Pd-PdL-Sel-IdV-Udc-Lega Nord è, oggi, sostenere Emma Bonino alla Presidenza della Repubblica, contro nuovi candidati cartapecoriti ed autoreferenziali.
L'alternativa all'arroganza di Potere Pd-PdL-Sel-IdV-Udc-Lega Nord è, oggi, votare e sostenere le liste Radicali e di Democrazia Natura Amore. Auspicando un dialogo anche con il Movimento Cinque Stelle, all'insegna dell'onestà e della trasparenza civica.
L'alternativa all'arroganza di Potere Pd-PdL-Sel-IdV-Udc-Lega Nord è, oggi, invitare i nostri cari partiti e partitini laici e liberali (il mio PRI, oggi purtroppo autoreferenzialissimo, ma anche il PLI, i socialisti sparsi, i socialdemocratici ed i finiani), ad intraprendere un dialogo con i Radicali e con il movimento di Ilona Staller, invitando Repubblicani, Liberali, Socialisti e Futuristi a candidare loro rappresentanti nelle liste Radicali e del DNA.
Non è il momento di Edere, Garofani o foglie di fico, bensì di unità laica delle forze contro l'arroganza di Potere Pd-PdL-Sel-IdV-Udc-Lega Nord.
La vera Costituente Liberaldemocratica, peraltro, oggi, è rappresentata dai soli Radicali che sono gli unici a raccogliere oltre il 3% dei consensi. E sono sempre più in crescita nei sondaggi.
Occorre un nuovo Parlamento pulito, con una compagine governativa che comprenda menti libere quali Oscar Giannino, Antonio Martino, Enrico Cisnetto, Lanfranco Palazzolo, Ilona Staller, Paolo Montesi, Luigi Di Placido, Matteo Renzi (ma che cavolo ci fa ancora nel Pd ???), Roberta Culiersi e molti, moltissimi giovani della rete, del Movimento Cinque Stelle.
Utopia ? Forse.
Ma un'utopia concretamente alternativa alla nuova dittatura partitocratica. Che dura da troppo tempo e che dobbiamo, finalmente, abbattere.

Luca Bagatin



30 novembre 2011

Diritto alla vita è anche diritto alla morte


Il suicidio medicalmente assistito di Lucio Magri, fondatore del quotidiano comunista eretico "Il Manifesto", presso la clinica svizzera Dignitas, aiuta e ci aiuta a riflettere.
Ci aiuta a pensare, ad esempio, a quanto privata ed intima sia la scelta di morire, così come lo sia - parimenti - quella di due genitori quando decidono di concepire un figlio.
C'è un parallellismo sottile fra la vita e la morte, un parallellismo che tende dunque a divenire continuità.
Si nasce, si vive e si muore. Si sceglie di dare alla luce un figlio e questi vivrà poi la sua vita e prenderà le sue autonome decisioni, una volta diventato adulto. E potrà anche consapevolmente scegliere di morire.
Che bestialità, potrà dire qualcuno che non riesce a comprendere davvero il senso del vivere e quindi del morire.
Del diritto a concepire, del diritto alla vita quanto al diritto alla gestione della propria vita, del proprio corpo, della propria fine.
La società Occidentale vede da sempre la morte come un tabù. Non ne è mai stata pronta, così come invece lo è quella Orientale, più meditativa, più consapevole della pienezza del proprio vivere e della prosecuzione della vita in un'altra dimensione.
In Occidente consumiamo risorse e corpi che, nell'immaginario collettivo, devono essere perfettissimi e sempre giovani ed efficienti.
In Oriente la competizione fisica è vista come inconcepibile. Qui da noi è quasi la regola: la regola di una società inconsapevole di sè e del proprio intimo Sé.
Una società che non concepisce la propria morte, con tutte le sue conseguenze, anche di decadimento fisico oltre che psichico, non può nemmeno concepire la propria vita.
Ed allora c'è chi sceglie. Chi è eretico. Chi, arrivato ad una certa età dedice di propria spontanea volontà di morire. Con dignità, senza sofferenza, senza disturbare nessuno.
Non c'è tristezza in tutto ciò, bensì profonda consapevolezza di sè e del significato della vita. Di una vita il cui significato è Divino proprio in quanto è profondamente Umano, percepibile con i propri sensi, con la propria coscienza. Con il proprio Spirito.
La Svizzera è un Paese civile. Come lo è il Belgio, l'Olanda, il Lussemburgo e l'Oregon. Lì è garantito il diritto alla vita ed il diritto alla morte ed esistono apposite strutture sanitarie che praticano l'eutanasia ed il suicidio medicalmente assistito. Senza sofferenze, senza dolore, senza pena. Con un semplice narcotico assunto per libera scelta del paziente.
Nel nome dell'autodeterminazione dell'individuo, che possiede un proprio cervello ed una propria coscienza anche e proprio per questo, forse, religiosa, ovvero consapevole della propria scelta.
Il diritto alla vita, così come quello alla morte, andrebbe inserito nella Costituzione di ogni Stato civile e democratico che rispetta la dignità e le scelte dei suoi cittadini, che non sono sudditi da indottrinare.
Qui da noi, in Italia, si fanno ancora discussioni sul testamento biologico, si presentano bozze di legge vaghissime, contraddittorie, ipocrite. Si insulta ancora la memoria di Eluana Englaro. Si parla di suo padre come di un "assassino".
Vergogna. Vergogna a chi afferma certe bestialità.
Ci si ricordi, nel frattempo, che proprio laddove il diritto alla morte è garantito, vi sono standard qualitativi di vita immensamente superiori rispetto al nostro.
Ove forse nemmeno la vita è poi così tanto rispettata.


Luca Bagatin



15 ottobre 2010

Norman Zarcone: un italiano onesto e meritevole



Norman Zarcone, 27enne palermitano, poteva diventare a pieno titolo parte di un'ipotetica futura classe dirigente del Paese. Una classe dirigente colta, meritevole, talentuosa, onesta.
Oggi, Norman, è un cadavere. Metafora dei giovani della sua/nostra generazione, letteralmente provata da un Paese nel quale sono i furbi, i paraculi ed i leccaculo ad andare avanti. I mediocri che non hanno mai il coraggio di alzare la testa, se non per sputtanare ed infangare qualcuno migliore di loro.
Norman, due lauree con 110 e lode di cui una in filosofia del linguaggio e un dottorato di ricerca in scadenza: nessuna prospettiva lavorativa e di carriera nell'ateneo. Ove vigono le baronie ed il paraculismo di un'Italia costruita 150 anni fa su principi liberali e meritocratici, ma affossata dalla mancanza di coscienza civile di un Paese che ha, tutto sommato, la classe politica che si merita.
Quante altre vittime di questa inciviltà, di questa incultura ci saranno ancora in questo Paese caZZolico che guarda più all'arricchimento facile (meglio se fottendo il prossimo) che all'evoluzione psicopersonale, spirituale e scientifica della propria società e/o individualità ?
Norman si è suicidato ed ha lasciato scritto: "La libertà di pensare è anche la libertà di morire. Mi attende una nuova scoperta anche se non potrò commentarla".
Norman, questa libertà di pensiero e di azione, non voleva certo perderla per chi non è mai stato abituato a pensare. Per chi è piuttosto abituato ad ubbidire ai padroni, ai superiori, ai capoccia che sono lì, alla loro scrivania non certo per merito.
Norman ha esercitato il suo diritto alla vita che, certo, taltolva può giungere alle sue estreme conseguenze quando monta dentro la voglia di vivere, di esprimersi, di gridare al Paese l'estrema rabbia contro un male endemico che si chiama vergogna.
Vergogna che ricade sulla nostra classe politica, che andrebbe delegittimata in quanto non solo incapace di governare e legiferare, ma finanche in quanto eletta sulla base di norme incostituzionali (mai peraltro denunciate dalla Presidenza della Repubblica o dalla Corte Costituzionale).
Vergogna sulle coscienze putride di un popolo, quello italico, che non ha saputo, dal 1870, elevarsi culturalmente, moralmente, spiritualmente, sino ad emanciparsi del tutto e giungere a pensare davvero con la propria testa e non con quella del dittatore di turno, dell'ideologia massimalista di turno, del prelato di turno, dell'imbonitore televisivo di turno.
Ma quanti ragazzi vogliamo/volete fare ancora fuori ?
Temiamo che, italianamente, a questa domanda si risponda con un silenzio tombale, di finto rispetto per un morto, sepolto come le coscienze di questo Paese. Un silenzio fatto di ipocrisia pura.

Luca Bagatin



7 giugno 2010

COSTRUIRE LO SGUARDO recensione di Peter Boom


In un magnifico volume, uscito da poco per i tipi del Gruppo Mancosu Editore, Plinio Perilli ha ricostruito una storia sinestetica del cinema in quaranta grandi registi abbellita con tantissime, interessanti e storiche fotografie.
Plinio Perilli oltre ad essere un valente e conosciuto poeta è uno dei massimi conoscitori del cinema, una cultura coltivata già da piccolo con un padre, lo sceneggiatore Ivo Perilli, vero pioniere del cinema che ha collaborato con i maggiori registi del mondo tra i quali King Vidor, John Houston, René Clement, Rossellini, Lattuada, Zampa, Monicelli, De Santis, Comencini, con scrittori del Novecento come Moravia, Flaiano, Zavattini, Soldati, Piovene, troppi per segnalarli tutti.
L'importante volume inizia con Chaplin, Eisenstein, Lang, Dreyer, Clair e Camerini, proseguendo, tra numerosi altri nomi altisonanti, con De Sica, Visconti, Spielberg, Pasolini, Bertolucci per finire con Scorsese, Moretti e Almodòvar.
Il curatissimo volume, una vera chicca per chi ama il buon cinema, documenta lo sguardo del regista sull'architettura, i laidi palazzoni di Roma contro le bellissime costruzioni e monumenti antichi, gli alienanti caseggiati popolari delle borgate, degenerazioni messe in bella mostra da Pierpaolo Pasolini e Nanni Moretti.
L'editore Carlo Mancosu, creatore con Bruno Zevi del Manuale dell'Architetto, con grande coraggio in questo periodo di crisi profonda, ha voluto ugualmente stampare questa preziosa testimonianza elaborata in anni di costante lavoro e ricerca  dal Perilli.
Cinema ed architettura, ambedue ci trasmettono immagini che, in modo conscio ma forse più inconsciamente, influiscono sulla nostra “qualità della vita”.
Quando vediamo i casermoni delle periferie comprendiamo il loro essere ispirazione di emarginazione, del vivere male, una negatività che è fortemente dannosa per coloro che sono costretti ad abitarli e di conseguenza altrettanto nociva per tutta la comunità.
Ancora oggi la natura, il verde viene sacrificato, una natura che apparentemente non sa difendersi dagli scempi se non attraverso cataclismi petroliferi, inquinamenti vulcanici e brutte malattie.

Peter Boom


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini