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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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23 agosto 2015

A Roma va in onda la fiera dell'ipocrisia

A Roma va in onda non tanto e non solo un funerale in stile hollywoodiano-kitsch come è stato definito, ma anche la fiera dell'ipocrisia.

L'ipocrisia di una politica che finge di scandalizzarsi, quando invece era tutto autorizzato. Dal Comune, dai vigili, dall'AMA. Tutti sapevano, ma solo il giorno dopo tutti costoro hanno iniziato a scandalizzarsi, a stracciarsi le vesti. A scoprire che a Roma comanda la mafia, zingara o meno, da quel dì.

Del resto ci sono tanto di foto storiche che ritraggono noti politicanti e noti burocrati accanto a noti mafiosi. E tutti assieme cenano allegramente.

La mafia a Roma, del resto, è un fenomeno antico quanto il mondo. Lo stesso Impero Romano si reggeva sula corruzione e sul malaffare.

La mafia, del resto, è una certa mentalità ipocrita, dedita alla ricerca del guadagno facile, dell'edonismo senza faticare. La mentalità del “fotti il prossimo e godi”. Una mentalità diffusa e difficilmente sradicabile. Una mentalità familista e omertosa.

Una mentalità che si riverbera nella politica odierna, una politica effimera, che ha ucciso il pensiero, fondata sugli slogan, sulla disonestà intellettuale e sull'autoritarismo prima berlusconiano e poi renziano. Una politica fondata sul “gioco delle tre carte” che fa il paio con l'altrettanto ipocrita Chiesa cattolica che anche oggi finge di stracciarsi le vesti, la quale nel 2006 non autorizzò il funerale del povero Piero Welby, la cui memoria è stata ancora una volta oscurata. Dal malaffare diffuso. Dalla disonestà intellettuale e morale. Dalla bestemmia di coloro i quali hanno usurpato il Verbo del Cristo.

Non sappiamo come se ne potrebbe uscire. Forse iniziando a legalizzare droghe e non droghe, togliendone alla criminalità il monopolio. Forse abolendo per sempre gli appalti per le opere pubbliche e facendo realizzare i lavori ad aziende pubbliche e autogestite dai cittadini stessi. Forse istituendo comitati popolari composti da cittadini estratti a sorte, come nell'Agorà Greca, abolendo partiti ed elezioni politiche, portatrici di corruttela, clientelismo, dittatura della burocrazia.

Ad ogni modo tutto ciò sarebbe solo parzialmente risolutivo del problema. Occorre un cambio radicale di mentalità e di atteggiamento.

Sin tanto che il popolo sarà ipocrita, tendente alla corruzione ed alla corruttela, ovvero baserà la propria vita sull'egoismo anziché sull'amore per il prossimo, ovvero baserà la sua vita sul guadagno anziché sul dono; sino a che gli individui condurranno una vita ove ammirano chi ha di più anziché chi utilizza il proprio tempo libero per godere dei piaceri della natura e lavora onestamente...sin tanto che ciò tenderà a prevalere, la mafia continuerà ad avere la meglio.

E, come al solito, chi è causa del suo mal, pianga sé stesso.


Luca Bagatin



26 novembre 2012

"La mia vita è un Caos Calmo: Internazionali con il filtro". Monologo by Baglu



Non so che cosa sia passato per la testa a quel ragazzo di quindici anni che alcuni giorni fa si è suicidato con la sua sciarpa e qualcuno ha detto (ma chi vorrei sapere: da chi vengono fuori queste "voci di corridoio" ? Da chi ?) che lo ha fatto perché è stato deriso in quando omosessuale perché si vestiva di rosa.
Non so perché si sia suicidato, però a quindici anni si è molto, molto fragili e si rischia di portarsi dietro e per sempre sofferenze indicibili che, talvolta, si manifestano con comportamenti "curiosi", "eccessivamente estroversi", ritenuti "strani" dai più.
Non lo so e mi dispiace. Perché vorrei capire.
Vorrei capire perché la maggior parte delle persone non cerca di capire l'altro da sé.
Perché ci si chiude a riccio ?
Perché è più facile.
Era il 1985, anzi no, era l''86, quando feci a botte con i miei compagni di classe per difendere un bembino rom. Allora avevamo sette anni e tutti dicevano che quel bambino era diverso, strano, scuro di pelle. E siccome era uno zingaro allora doveva anche essere un ladro.
Allora picchiai tutti i miei compagni che gli dicevano queste cose e di botte ne presi anche parecchie. A casa piansi tutto il giorno, ma non a causa delle botte ricevute, ma del fatto che non potevo, non riuscivo a credere che si potesse odiare qualcuno, prenderlo in giro, per la sua diversità, per il colore della pelle, per l'etnia...
A questa cosa ci penso spesso, anche se sono passati ventisette anni e quel bambino ormai si sarà pienamente integrato o forse no.
Non so nemmeno questo.
E' che ho sempre sofferto perché volevo salvare il mondo dalla sua stessa stupidità, dal suo stesso autoannientamento. Perché penso che le cose potrebbero essere molto più semplici. I rapporti umani ad esempio.
Io non ho mai avuto "paura del diverso". Ho sempre avuto paura - una paura fottuta - del mio simile.
A quindici anni anch'io ho pensato al suicidio e un paio di volte l'ho persino tentato. Senza successo. Quando avevo quindici anni mi piaceva una ragazzina, Verusca, che non mi guardava di striscio. Io ero molto imbranato e vivevo fra le nuvole. Scrivevo poesie e pensavo che così sarei riuscito a piacerle. E, invece, non solo non le piacevo, ma lei ne approfittava per farsi beffe di me con i ragazzi più grandi della sua classe.
Purtroppo non sono mai stato un nonviolento puro, per cui anche allora mi difesi facendo a botte con uno di questi. Era molto più alto di me, ma nonostante questo lo mandai lungo sul pavimento, con un pugno diretto. Non me ne pentii mai, purtroppo o per fortuna.
A diciassette anni mi iscrissi ai giovani comunisti perché si diceva che i comunisti erano "uguali" ai partiti democratici, ma anche "diversi", "alternativi" a questi. Io vi trovai solo tanti figli di papà e, si sa, i figli di papà sono figli di mignotta.
Non ho mai fatto le "scuole alte", né sono mai stato viziato e forse anche questo ha contribuito a farmi sentire "diverso" dalla massa.
Che poi il concetto di "massa" era tipico di certa sinistra nella quale, in buona sostanza, mi sentivo totalmente fuori luogo.
Ora non lo so perché mi vengono in mente queste cose.
Mi viene in mente anche che la ragazza che passava di qui, davanti alla mia panchina, da diverso tempo non ci passa più. Pensava che io mi stessi innamorando di lei. Quando invece io sono e rimango innamorato di Lei, che non c'è più da parecchio tempo.
Non voglio mai più innamorarmi di qualcun altra. Si soffre davvero troppo e non è affatto vero che il tempo rimargina tutte le ferite.



24 luglio 2012

"La mia vita è un Caos Calmo": "We Shall Overcome". Ricordi by Baglu



"We Shall Overcome" è il titolo di una canzone di protesta, che divenne l'inno dei diritti civili negli USA, ma è anche il titolo di un film, che ho visto alcune sere fa.
Un film che non conoscevo, con protagonista un bambino danese che si batte contro le ingiustizie commesse dal preside della sua scuola, violento come il sistema sclastico di allora, alla fine degli anni '60, ma non solo.
Mi ricordo che nel 1987 fui picchiato per ben due volte, rispettivamente dalla maestra e, tempo dopo, dal maestro di musica e ginnastica. Ancora me li ricordo gli schiaffi, spesso ripetuti. La maestra nel 1988 morì di tumore ed io, lo confesso ancora oggi, nei fui contento (così come ne fu contento il protagonista del film, quando il preside morirà di infarto).
Non ero certo un tipo che si faceva mettere sotto, già allora.
Ero un ribelle ? Dentro di me, forse, lo ero. In generale ero semplicemente uno che si faceva in fatti suoi e non amava essere disturbato.
I compagni di classe ridevano, così come ridevano i compagni di classe di Fritz, il ragazzino protagonista del film, quando qualcuno veniva picchiato. Fritz, invece, contestava animatamente questo loro sciocco atteggiamento.
La violenza gratuita non mi è mai piaciuta. Specie se verbale.
Allora mi ricordo che nella nostra classe, per un periodo, era arrivato un ragazzino rom, della nostra età, la cui famiglia gestiva un circo, allora di passaggio.
Erano gli anni Ottanta, ed il razzismo, anche se non ne avevamo mai sentito il termine, era percepibile.
I miei (stronzi) compagni di classe (non tutti, forse, ma quasi e gli altri, ad ogni modo, non dissero o fecero nulla) non facevano che prenderlo in giro perché era diverso, scuro...uno "zingaro".
Fui l'unico che lo difese. Mi picchiarono, ma le diedi anch'io. Non fu la prima volta, nella mia vita, nella quale mi sono battuto per una causa giusta. Anche rimanendone sconfitto. Ma mai pentito.
Vedendo quel film danese mi ci sono riconosciuto davvero in Fritz, capelli lunghetti e pettinati in modo strano (altro motivo comune di presa in giro), che già allora corteggiava una ragazzina (altro movito ancora di presa in giro. Pare che, se sei un bambino, tu non possa avere pulsioni sessuali e sentimentali....mah che idiozia !).
Poi c'è una cosa che Fritz dice nel film, ovvero: "Vorrei che non ci fossero più ingiustizie. Vorrei che nessuno debba più aver paura di qualcuno".
Mi sono stupito e commosso nell'ascoltare parole che ho fatto mie sin dall'età di 7 anni. E che, forse, hanno aperto, nel corso della mia vita, ferite irrimarginabili ed una profonda diffidenza nei confronti del prossimo.
E' dura, se decidi di lottare contro la società o, quantomeno, contro buona parte di essa in una sorta di "evoluzione permanente".
Evoluzione, mai rivoluzione. La rivoluzione la fanno i violenti che vogliono prendere il potere. Non certo chi, del potere, non sa cosa farsene. Perché, fra cent'anni, non avrebbe comunque alcun senso l'essersi accaparrato "quel" potere. Che è aspetto che, gli uomini di potere, ad esempio, non comprendono in quanto si ritengono, illusoriamente, "eterni".
"We Shall Overcome" è ambientato ai tempi delle battaglie degli hippie per i diritti civili, la fine della guerra in Vietnam e Fritz ammira profondamente Martin Luther King e la sua lotta antirazzista, raccogliendone scritti, articoli, discorsi. Ha un padre malato di nervi che, purtuttavia, lo sosterrà sempre ed ancor più della madre.
Il rapporto fra padre e figlio è toccante, in particolare alla fine del film. Che è tratto da una storia vera. La storia, anche, forse, di molti di noi beatnik, utopici utopisti non ancora domati dalla sopraffazione e dalla stupidità umana.



21 dicembre 2011

"La mia vita è un Caos Calmo: Natale 2011" monologo by Baglu



Non lo so perché, ma io questo Natale non riesco a sentirlo, non riesco a percepirlo come lo percepivo, ad esempio, da bambino.
Vabè, è normale, ma mi accontenterei di percepirlo almeno come lo precepivo sino all'anno scorso.
Non lo so perché. Sarà che quest'anno non ha fatto ancora abbastanza freddo.
Sono qui, su questa panchina, da solo, ad osservare ciò che mi circonda.
Da anni non riesco a guardare i telegiornali. In particolare la cronaca nera. Però, anche da questa panchina,  giungono comunque le notizie. E poi leggo regolarmente i giornali e l'occhio cade anche laddove non vorrebbe.
Come si fa a morire a sedici anni ricevendo un pugno da un tuo amico ? Come si fa ad obbligare la propria figlia sedicenne ad andare regolarmente del ginecologo per controllare la sua illibatezza ?
Come si fa a dare fuoco a campi nomadi ove vi sono, fra l'altro, anche dei bambini ? Come si fa a sparare contro dei venditori ambulanti solo perché hanno il colore della pelle diverso ?
Io non lo so e mi chiedo sempre come mai i centri di igiene mentale non siano sovraffollati. Mi chiedo quanti siano i malati di mente che affollano le nostre strade e magari, proprio in questi giorni, sono a caccia degli ultimi regali natalizi.
Ma sono davvero malati di mente, costoro, oppure dei veri assassini a piede libero ? Ce ne sono tanti, lo so. Ed io perché mi dispero, io che sto qui, su questa panchina a leggere e a guardare la gente che passa ?
Molti di costoro, di questi assassini, hanno persino dei figli, sì.
Ad una ragazzina di Trento i suoi genitori volevano che abortisse, mentre lei non voleva. Alla fine lei lo ha fatto.
Ci sono altri deficienti che si chiedono come mai delle ragazze, a sedici anni, non si ribellano ai loro genitori. Preferisco non rispondere ad una questione sin troppo ovvia.
Oggi ho visto un bambino con i suoi genitori. Mi sorrideva, mentre io me ne stavo qui a leggere. I suoi genitori gli hanno detto qualcosa, guardandomi in malo modo. Una cosa tipo: "Non dare confidenza agli estranei". Mah, vabè.
Poi i suoi genitori si sono distratti un attimo e lui è venuto verso di me è mi ha chiesto: "Ma tu ci credi a Babbo Natale ?". Io ho distolto lo sguardo dal giornale e l'ho osservato, sorridendo, ma un po' imbarazzato.
"Sì, io ci credo", gli ho risposto.
"No, perché il mio babbo e la mia mamma mi dicono che non devo credere a queste cavolate, ma io ci vorrei credere. E' che loro pensano che altrimenti crescerei deficiente".
"Ah ecco, giusta teoria...", gli faccio io stupito pensando a quando da bambino, a casa mia, arrivavano i doni di San Nicolò, Santa Lucia, Babbo Natale e la Befana. Piccoli doni, niente di che, ma che alimentavano la mia fantasia di bambino, appunto.
"Ma tu hai detto che Babbo Natale esiste...e sei anche uno grande...".
"Grande e non deficiente, pergiunta ! Sì, ecco, vedi, io sono diventato così grande proprio perché credo a Babbo Natale. Sai, nella mia famiglia non siamo mai stati ricchi, però non ci è mai mancato lo spazio per un minimo di fantasia. Per esempio: lo vedi quell'albero laggiù ? Non ti sembra una specie di fata verde ?"
"Sì, è vero...e quell'altro un orco e quel cespuglio un elfo..."
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"Ecco, lo vedi ? A me, pensa, la maestra strappava i disegni perché disegnavo Babbo Natale che volava. Ma io sapevo che Babbo Natale volava, con le sue renne !"
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"E' vero ! Ma che maestra avevi !".
"Eh, una come i tuoi genitori. Una che non lasciava la porta del suo cuore aperta all'immaginazione, che è parte della nostra vita. Tu, che cosa vorresti per Natale ?".
"Vorrei che i miei genitori facessero pace. Litigano sempre, mio babbo è sempre fuori per lavoro e la mamma è nervosa e se la prende con me".
"Ecco, vedi, fra poco è Natale e magari Babbo Natale andrà a parlare con i tuoi genitori e cercherà di farli far pace".
"Dici davvero, signor.... ?".
"Baglu, mi chiamo Baglu. Sì, certo, ciao piccolo".

"Ciao, Baglu !"
Prima di Natale fermerò quei due signori, marito e moglie, che mi guardano sempre in cagnesco e che passano sempre davanti alla mia panchina. Parlerò con loro e cercherò di trovare una soluzione. Lo devo a quel bambino, che mi ricorda tanto me da piccolo e tutti quei bambini che hanno il diritto di sognare e di costruirsi un'avvenire migliore di quello al quale questo triste mondo li ha destinati.
Se i genitori parlassero più spesso ai loro figli, forse, crescerebbero molto più sani caratterialmente.
Pensiamo di dare tutto ai figli regalando loro la prima Barbie, il primo robot, la Playstation, i primi trucchi, lo scooter a quindici anni, la patente a diciotto... Ma in realtà non sappiamo niente di loro, non li aiutiamo a sognare, a costruire una loro personale interiorità.
A volte si impara di più stando su una panchina, ricordando quell'estate alla Festa del Mare di Torvaianica: Lei ed io e delle buonissime crepes al cioccolato.


8 settembre 2010

Siamo ciò che siamo: non discriminiamo e, dunque, non discriminiamoci



Non ho mai capito perché esistono le "discriminazioni".
Non le ho mai potute sopportare. Un po' come i "giudizi" della gente.
Penso siano delle pericolose storture mentali che, in breve tempo, possono portare all'annientamento dell'individuo.
E l'individuo ha, innanzitutto, necessità di essere libero dai condizionamenti esterni (visto che già ve ne sono troppi di interni).
Quando da ragazzino, attorno all'età di dieci anni, decisi che mi sarei battuto contro ogni tipo di discriminazione (allora difesi nella mia classe un bambino rom, proveniente da una famiglia circense di passaggio, da tutti preso in giro per il solo motivo di essere sé stesso), abbracciai anche la causa dei diritti civili ed individuali, che mi avrebbe portato ad essere attivo - dopo i diciassette anni -  in battaglie politiche a favore dei diritti civili degli omosessuali, per la legalizzazione di droghe e nondroghe, contro il razzismo e le discriminazioni religiose, per le libertà sessuali e via via economiche.
Oggi, c'è ancora molta strada da percorrere. E c'è molta strada a causa dell'incultura personale e dunque collettiva; delle arcane paure di ciascuno relativamente a "ciò che non conosce", ma che è inevitabilmente il suo "spacchio interiore".
Vorrei dedicare questa canzone e questo video - del bravo Ciri Ceccarini e che a me ha commosso molto - a tutti coloro i quali hanno intrapreso o intraprenderanno il cammino difficile del lottare con tutte le proprie forze (anche a costo di rimanere soli, ma integri) contro il pregiudizio, la discriminazione sessuale, razziale, religiosa, umana.


L.B.


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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini