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  lucabagatin [ Blog di Luca Bagatin, utopico, utopista, scrittore e liberalsocialista mazzinian-repubblicano..."Et in Arcadia ego". Questo blog è dedicato alla memoria dell'attore Peter Boom (1936 - 2011), già per lungo tempo collaboratore di questo spazio web ]
 
 
         
 


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15 dicembre 2013

"Il sadismo dell'orrore" by Ladymarica

Questo racconto horror di Ladymarica ci è piaciuto davvero molto.
Sia per l'idea, sia per lo stile.
Nella sua crudezza nasconde, peraltro e tutto sommato, un fondo di umanità, con tratti d'ironia.
E' per questo che desideriamo ripubblicarlo qui ed offrirlo "in pasto" (è proprio il caso di dirlo !) ai nostri lettori.

L.B.



Il sadismo dell'orrore
by Ladymarica

La gola umana quanto poteva essere profonda? Sicuro scivolosa. Mi chiedevo se a un certo punto ci si scontrasse con tutte le parole che sentivo loro dire, sempre, continuamente, come se non ne potessero fare a meno.

Avevo sentito Nicolas vantarsi con gli amichetti di quanto gli piacesse la mia sofferenza. Bé, non proprio la mia. Per lui non era liberarsi di quegli esserini neri che avevano fatto nido nella sua casa, per lui era di più. Era sentirsi Dio, giocare da Dio, decidere se gli andava la vita o la morte a merenda. Poi c'era la paura, quella se la beveva insieme al pasto.
Ogni scarafaggio della mia famiglia caduto, per errore, distrazione o voglia di avventura, vicino ai suoi piedi viveva quella tragica esperienza. Quasi tutti alla fine morivano schiacciati, certo, qualcuno di morte veloce, qualcuno prima terrorizzato a dovere. Alcuni si salvavano pure. Era il massimo godimento di Nicolas, sono arrivata a pensare, il salvarne uno ogni tanto, il sapere di poter decidere non solo come ucciderli, ma persino di salvargli la vita: lui, il miracoloso, il misericordioso.
Quando uno dei miei cadeva nelle sue ore di noia, Nicolas si divertiva a inseguirli; o con l'ombra dei piedi o con bastoncini acuminati o con qualsiasi cosa avesse a portata di mano.
Ogni volta, per uno scarafaggio, vedere quel piede che si abbassava improvvisamente era “stare per morire”. E ogni volta era sopravvivere unicamente per rivivere quella perifrastica attiva un secondo dopo. Tanti secondi tutti appiccicati che parevano voler dimenticare la logica del tempo.
A me non dispiaceva, non sempre. Ma perché ero più vecchia dei miei compagni e sapevo come scappare. Mi piaceva sentirmi completamente senza speranza ogni tanto, ma poi riprendermela.
Mi faceva arrabbiare, mi disgustava, mi dava dolore essere umiliata da quel moccioso di 6, forse 7 anni, dovergli scappare, divertirlo con la mia angoscia, ma proprio per questo non potevo farne a meno.

Ci fu un momento in cui divenne troppo. Un giorno Nicolas catturò uno di noi, uno dei piccoli e, invece del classico gioco vita-morte, lo rinchiuse in un barattolo. Lo torturava regolarmente, per farlo muovere, per farsi divertire. Lo affamava, lo umiliava mostrandolo ai suoi amici. Di notte noi della tribù sentivamo piangere il piccolo scarafaggio. Immaginavamo la sua paura, la sua solitudine. Grida strazianti provenivano dal barattolo, grida irriconoscibili e non riconosciute dalle orecchie degli umani. Passarono due giorni, sentivo le grida indebolirsi sempre di più, il pianto diventare un lamento soffocato.
Lo affogò. Pochi giorni dopo, una domenica mattina. Assistemmo all'esecuzione da dietro una tenda. Nicolas iniziò con poche gocce. Il piccolo cercava di fuggire, si arrampicava ma subito le pareti lisce lo riportavano alla tortura. Non ho mai sentito un pianto così disperato e una risata così divertita nello stesso momento. Poi le gocce divennero cascate, finché il barattolo non fu quasi pieno.
Nicolas avvitò il tappo mettendo fine sia alla sua risata che al pianto dello scarafaggio.

Una sensazione di fastidio, di dolore profondo e sconfinato, di rabbia, di impotenza, di violenza mi arrivò dritta alla testa. Dovevo fargliela pagare, dovevamo.
Studiai un piano che avesse come unico scopo quello di far provare al ragazzino la stessa enorme paura, lo stesso enorme senso di umiliazione e di dolore che lui aveva fatto provare a noi.
Il piano era semplice, anche se suicida. Partimmo in massa, a tarda notte, verso la stanza da letto che Nicolas condivideva con la sorellina più piccola, una bionda creaturina, ingenua e perfettamente sacrificale, scivolando piano sul pavimento gelido, compatti e senza svegliare nemmeno i mobili del corridoio. Eravamo mille, forse di più, contavo la paura nelle file dei soldati. Arrivati in camera ci arrampicammo sul letto, piano, silenziosi. Insetti ovunque: tra le lenzuola, tra i capelli dell'ignara bambina, macchine nere che agli uomini sanno di conati di vomito. Vedevo la paura come se non fosse più solo un sentimento ma un'immagine.
Eravamo ben attenti a non sfiorarle la pelle per non allarmarla con il solletico delle nostre esili zampe. Poi un cenno, lieve mio fruscio. Mille, o forse più, scarafaggi si gettano sulla bocca addormentata della bambina. Unica massa nera in caduta libera. Scivolano tra le sue labbra, nella gola profonda. Vedo gli occhi di lei spalancarsi per il terrore, prova a gridare. Il suono si ferma sulla barriera degli insetti, ostruito, chiuso, inascoltabile. La bambina si agita, consuma l'ossigeno che le è rimasto con più fretta, il terrore la fa piangere.

Nicolas si sveglia, accende una luce e guarda l'orrore. Grida quasi immediatamente “mamma”. Prima che i genitori riescano a capacitarsi dell'urlo, la bambina soffoca, tra gli insetti che ha ingurgitato e quelli che schiaccia coi denti. Sente tutto lo schifo, fino in fondo. Soffoca nel suo stesso provare schifo.

Nicolas è impietrito, in lacrime. I genitori si muovono convulsi. Dicono cose, non li sento. Sento solo Nicolas che ora, finalmente, riesce ad ascoltare il pianto disperato del piccolo scarafaggio che ha torturato per giorni, ora improvvisamente gli pare di non poterlo sopportare e di volerlo risentire.
Io, persa in tutto quell'orrore, in quella disperazione, in quell'immondo, finalmente riesco a godere.




16 ottobre 2012

"IL (non) MORTO: racconto horror by Baglu



Non avrei mai pensato che qui fosse così buio.
Il buio mi piace certo. E' riposante e non necessita di occhiali per vederci.
Da bambino amavo nascondermi in luoghi bui. Da adulto poi...il buio mi ha sempre accompagnato.
Ma, andiamo con ordine. Iniziamo con il dire che ieri notte mi sono ucciso.
Come ? Ho trovato il coraggio di farlo, nell'unica maniera possibile, indolore e sufficientemente rapida (ovvero senza dover attendere che quelli di Dignitas, in Svizzera, valutassero la mia richiesta di suicidio assistito): ho ingurgitato cinquanta delle pasticche antiepilettiche che abitualmente utilizzavo da vent'anni.
Credo di essermi addormentato. Poi credo di non essermi più svegliato o, meglio...diciamo che la mia coscienza è sveglia, ma il mio corpo non risponde. O, meglio ancora, il mio corpo non c'è.
La mia coscienza è avvolta dal buio e, francamente, non è che la cosa mi entusiasmi.
Mi aspettavo un mondo alternativo, dopo la morte. Magari un paradiso pieno di donne, oppure un inferno pieno di diavolesse. O, più semplicemente, mi auguravo di ritrovare Merlino, Mabus, Silvestro, Paffy e tutti gli amici gatti che ho perduto, da quando ero bambino.
Vorrei piangere, ma non mi è possibile: la coscienza non può piangere.
Mi chiedo se sarà così per tutta l'eternità...ovvero se sarò condannato a rimanere sveglio (si fa per dire) in eterno !
Mi manca bere e fumare. I miei sigari. E bere la mia birra, con la quale meditavo di farmi fuori in un primo tempo. Ma la cirrosi epatica poteva attendere...evidentemente.
Immagino vorrete (vorrete ? ah sì ? perché, ho un pubblico ?) sapere il motivo per il quale mi sono ucciso.
Non è che ci sia molto da dire. Potrei dire che i motivi erano due: la mia vita era abbastanza inutile e, soprattutto, non mi andava di vivere in un mondo di stronzi.
Non avevo nulla da dire né da dare. Soprattutto non avevo un soldo, ma questa è un'altra storia. E pare che abbia l'eternità per raccontarvela. Se vorrò e deciderò di farlo.
Da dove posso cominciare ? Avevo sei anni che mi prendevano in giro per via del fatto che ero pieno di peli sulla testa e sulla faccia. Mia madre, anche per questo, mi odiava. E, una volta tornato a casa da scuola, mi legava alla catena assieme al cane. Bobi (mia madre non ha mai avuto una grande fantasia per i nomi. Del resto io mi chiamo Baglu). Mio padre, invece, era assente e, quando c'era, mi ignorava.
Per questo ho fraternizzato subito con i gatti. Loro erano le uniche persone (sì, persone, orkozzeus !!!!) che mi capivano. Ci scambiavamo le pulci vecendevolmente, un po' come i miei compagni di classe si scambiavano le figurine Panini.
A dieci anni mi innamorai. Lei era alta, era bella e soprattutto era buona. O almeno sembrava tale. Mi sorrideva e ciò era già di per sé strano.
Finì sotto un'automobile senza che io sia mai riuscito a parlarle. Del resto non l'avrei comunque mai fatto. Non ricordo nemmeno come si chiamava. Anzi no, l'ho dimenticato. Così come ho dimenticato molte cose. Il bello della morte è che aiuta a dimenticare ciò che ci ha fatto soffrire.
Qualcuno, una volta, mi pare di ricordare che mi disse che la sofferenza rafforza gli animi. Credo di non aver mai sentito una stronzata più grande in tutta la mia vita.
Ad ogni modo, ora che mi trovo qui, trapassato, posso confermarlo: non esiste nessun Dio. E non esiste nemmeno San Pietro con le chiavi, Buddha, le vergini del Corano e, evidentemente, nemmeno la reincarnazione. C'è solo buio.
A meno che questo non sia il "purgatorio dei suicidi" e, beh, questo non lo saprò mai. Qui non c'è anima...viva !
Da quanto tempo mi troverò qui ? Non è che sono in coma e prima o poi mi sveglierò in un ospedale ? No, dai, speriamo di no. Non voglio svegliarmi e, soprattutto, mi vergognerei come un ladro (perché, se nella mia vita ne ho fatte di cotte e di crude, compreso mangiare cibo per gatti, non ho mai rubato). Se sei un suicida, in questo Paese di merda che mi pare chiamarsi Italia, così come se sei un alcolista o un tossico, ti guardano con disprezzo misto e pietà. Secoli di cultura caZZolica (ovvero del cazzo, come la medesima Chiesa alla quale tale organo riproduttivo fa capo), hanno condannato un sacco di individui al pubblico disprezzo da parte di milioni di stronzi !
No, non posso, non voglio e soprattutto non devo sveglirmi. Sono morto, infondo, no ?
E' tutto nero, ma riesco a pensare. Confesso che è l'unica cosa che mi da noia davvero. Quand'ero vivo, l'unica cosa che mi faceva stare bene era dormire. Qui pare non ci sia verso di chiudere occhio...anche perché credo di non avere più degli occhi, né di averne tantomeno bisogno.
Uhm. Nessun rumore. Che pace. Potrei mettermi a cantare, nella mia mente, quanche motivetto. Infondo non posso essere stonato, con il pensiero.
Bah. Questa è la morte ? La morte è davvero una condanna a vivere, allora ! Eccheccazzo !
Però di positivo c'è che non ho più fame. Non posso più ingrassare e/o dimagrire a dismisura. E poi, qui, nessuno noterà più i lunghi peli che cospargevano il mio corpo !
Tutto sommato è un bilancio in pareggio: mi annoierò per l'eternità, ma, in compenso, non sarò più infelice !
Beh, che parola grossa. Che cos'è la felicità ? Bertrand Russell sosteneva che la felicità dell'uomo è data dal divertimento e dalla tranquillità di spirito...due cose che io non ho mai conosciuto, almeno forse non nei termini auspicati da Bertrand Russell.
Uhm, ma che cosa ne so io di Bertrand Russell, che ho appena la licenza di terza media ? Non sarà che, dopo la morte, si acquisiscono davvero conoscenza e saggezza ?
E a che scopo ? Per educare il buio che ci/mi sta avvolgendo ?
Uno pensa di morire e di scoprire il significato della vita. Ed invece, eccolo ancora lì a porsi domande.
Se prima era la vita a non avere un senso, ora sono persuaso che anche la morte, di senso, ne abbia pochino.





13 agosto 2012

"L'ultima avventura di Dylan Dog": racconto horror d'annata di Luca Bagatin

Devo confessare che, girovagando per il mio blog, mi sono imbattuto in un vecchissimo racconto horror che scrissi anni fa, con protaginista Dylan Dog e, beh, mi sono commosso come non mi accadeva dall'anteguerra (chi mi conosce bene sa che ho un cuore di pietra o, comunque, poco incline a queste cose).
Dylan Dog, del resto, è uno dei miei tre alter ego (è puramente casuale il fatto che indossiamo entrambi camicie rosse e jeans blu, oltre che clarks o simili...non è casuale il mestiere di "indagatori" dell'incubo o del mistero, che ci siamo scelti entrambi).
Era il 4 luglio 2005 e mi sono anche accorto che allora sapevo scrivere "racconti come si deve".
Vabè, poche chiacchiere. Ve lo ripropongo, nudo e crudo e poi mi prendo una pausa di alcuni giorni, perché di scrivere - per un po' - non ne posso più (andrò, infatti, alla ricerca di cadaveri).

Luca Bagatin


L'ULTIMA AVVENTURA DI DYLAN DOG
di Luca Bagatin
(4 luglio 2005)




Salve ragazzi, sono Dylan.
Dylan Dog, sì, proprio lui.
Si scende, ragazzi. Siamo alla fine. Sono alla fine.
Groucho si è suicidato il mese scorso. Si è sparato un colpo di pistola alla tempia. Si è sparato con la mia pistola. Un colpo e gli sono saltate le cervella. Perché? Forse perché si era accorto che le sue barzellette non mi hanno mai fatto ridere.
Povero Groucho. L'ho ucciso io.
L'Ispettore Bloch è morto d'infarto un anno fa. Un anno prima di prendere la pensione. Non lascia né mogli né figli. Morto solo come un cane.
Solo come un cane. Come me, ora.
Stanno portando via i miei mobili. Mi stanno sfrattando dopo quasi sei mesi di arretrati con l'affitto. L'affitto. Questo sconosciuto. Questo maledetto. Questo maledetto sconosciuto.
Del resto sono sei mesi che non ho un cliente. Anche le mie donne non si fanno più vive. Del resto ho sempre vissuto in un mondo di morti.
Sono qui alla scrivania che sto scrivendo con la mia penna d'oca questi pensieri. Il galeone della Revell non l'ho più completato e adesso ecco...eccoti gettato nel cestino dei rifiuti. Vorrei ricominciare ad attaccarmi alla bottiglia, ma non ho più un soldo. "Uaaaaahaaaaag!". Il campanello. Una cliente. Un'avvenente cliente.
Una moracciona elegante e poco vestita. La mando via. Sì, la mando via.
Voglio restare solo. Solo nella mia solitudine. Solo nella mia indifferenza. Solo e solitario, ma senza fare solitari. Solo perché..."Uaaaaaaahaaag!". Il campanello. Solo il campanello.
Una bambina alla porta. Una tenera bambina di otto anni.
"Ciao, signor Dog, sono Alice". e mi porge la sua manina. Poi prosegue in un pianto nervoso: "Ho paura....ho paura..." proferisce nel suo pianto strozzato nel suo visino contratto...
Mi inginocchio e piango anch'io. Non riesco a proferir parola (ma perché almeno i bimbi non riescono ad essere felici?). Mi abbraccia. La prendo in braccio e mi prendo coraggio: "Che hai...piccola...?" e con lo sguardo scorgo l'ultima copia del "Times" sotto la porta del mio appartamento dal titolo: "MADRE E FIGLIA SQUOIATE DAL PADRE DOPO ESSERE STATE VIOLENTATE".
Rimango interdetto. Con Alice in braccio prendo il mano il giornale e soprattutto mi prendo coraggio (non leggo mai gli articoli di cronaca nera. La vita è già triste così.). "Londra. I corpi martoriati di Sara Parker e della figlioletta Alice sono stati ritrovati ieri notte nel loro appartamento di Baker Street. Le analisi della scientifica hanno stabilito che sui corpi vi sono evidenti segni di violenza sessuale. Il marito della vittima nonché padre della bimba, Jason O'Connor è stato arrestato in quanto colto dalla polizia nel mentre stava asportando gli organi vitali delle due."
Alice continua: "Ho paura...signor Dog..." (è la prima volta che non me ne fregava nulla di essere chiamato signor Dog).
D'improvviso la porta dell'appartamento semivuoto si apre. Un uomo dalla lama d'acciaio. Alice mi abbraccia più forte. Si tratta di suo padre Jason.
Lo guardo interdetto (come devo essere buffo e idiota). L'uomo dalla lama d'acciaio avanza verso di noi.
"Ho paura...ho paura..." prosegue Alice.
Lo sguardo lubrico di Jason avanza. Sì. Pare proprio che sia lo sguardo assassino del tizio ad avanzare. Prendo la mia pistola (scarica) dalla scrivania e gliela punto addosso. Lo zombie pare fregarsene e con un colpo cerca di affondare la sua lama nel mio petto e contemporaneamente di sottrarmi la bimba dalle braccia (confesso che nella frazione di un secondo ho pensato: "Uccidimi...voglio morire!"). Lo afferro per il braccio. Poi, d'improvviso il mio cuore inizia a pulsare forte...più forte...
Inizia ad uscire da esso un'abbagliante luce rossa e poi azzurra che acceca l'uomo dalla lama d'acciaio. Le lacrime dai miei occhi iniziano ad uscire copiose (i pensieri in quel momento mi risultano confusi: "speranzaDylansperanzaDylansperanzaDylan; vitavitavitavita; vitacontromortepaurapreoccupazionedepressione).
Jason emette un lamento e viene improvvisamente risucchiato dal mio cuore pulsante e palpitante di luce e....(Amore?). DISSOLVENZA IN NERO (un classico, ma sempre d'effetto). Mi ritrovo disteso. Disteso (a terra?).
Apro gli occhi e mi accorgo di essermi addormentato sul pavimento del mio appartamento che stranamente contiene tutti i mobili che mi erano stati portati via. "Capooooooo!!!! Chi dorme non pigli pesci. Se tu fossi un ortolano potrei dirti tranquillamente che: chi dorme non piglia pere". Groucho. E' tornato? E' uno zombie? E'...è proprio lui. Il Groucho di sempre. E lo abbraccio.
"Felice di rivederti, amico!"
"Capo, ti sei bevuto il cervello? Ci siamo visti dieci minuti fa e già sentivi la mia mancanza?".
Vado alla porta e scorgo l'ultima copia del "Times": NON E' SUCCESSO NIENTE, titola. E una serie interminabile di fogli bianchi. Il cuore mi si apre. E anche la porta. Alice. Accompagnata da una donna (la madre?).
"Ciao, signor Dog", mi sorride (i bambini sorridono, certo).
"Dylan, piccola".
"Questa è mia madre. E' una tua ammiratrice, ha seguito tutte le tue vicende orrorifiche..." ".....(vicende orribili penso io...) piacere" "Sono Sara. Sara Parker".
Una macchina della polizia si ferma davanti a noi. "Ehy, old boy! Sempre beato fra le donne vedo!". E' l'Ispettore Bloch. Vivo anche lui. Come non mai.
NON E' SUCCESSO NIENTE.

Vent'anni dopo. Laggiù il sole al tramonto. Laggiù il sole che nasce. Alice mi tiene per mano. L'uno di fianco all'altra. Io e lei. Lei ed io. Camminiamo verso il sole. Verso una nuova alba. Fondendoci in esso.
NON E' SUCCESSO NIENTE.
MA E' PROPRIO QUANDO NIENTE SUCCEDE CHE LE COSE ACCADONO.




12 agosto 2012

"Orrore bianco". Piccola riproposizione horror by Luca Bagatin

Agosto, moglie mia faccio l'arrosto !
Eh sì, per noi maritiperfetti (tuttattaccato) o aspiranti tali, questo slogan è d'obbligo.
Per quanto non sappiamo cucinare, ma, al massimo, aiutiamo o vorremmo aiutare nostra moglie nel lavare i piatti e/o nel rassettare l'appartamento.
Agosto, tempo d'estate e di vacanze e, come ogni anno, anche di incubi...da riproporre.
E quindi, ecco un paio di racconti horror scaturiti dalla mia penna elettronica schizoideica negli anni che furono.
Buona lettura ed arrivederci a data da destinarsi.


Luca Bagatin (nella foto con l'amico Dario Argento)


LA DONNA ALTA: racconto horror/grottesco di Luca Bagatin
(del 29 gennaio 2011)



Ero appena arrivato nell'appartamento affittatomi da una cara signora ultranovantenne, moglie di un defunto amico giornalista. Non voglio rivelare i loro nomi, in quanto non sarebbero rilevanti ai fini della storia che mi appresto a raccontare. E poi, su di loro, voglio mantenere il massimo riserbo.
La cara signora condivideva con il marito la passione per l'arte di Gustav Klimt. Arte che, da profano, mi aveva sempre un po' inquietato. Non so dire bene perché: forse perché rappresentava una magrezza ed una tristezza di fondo che mal riuscivo a sopportare.
Non ho mai sofferto di "Sindrome di Stendhal" o simili, però non posso assicurare che, quanto mi stava accadendo di fronte ad un quadro di Klimt, non fosse qualche cosa di molto simile.
Tachicardia, vertigine.......talvolta la riproduzione della "Sea Serpents" di Klimt, posta alla parete bianca del salotto dell'appartemento affittatomi, sembrava quasi prendere vita.
Mi sentivo come se lo sguardo della "Sea" mi penetrasse ed ella potesse uscire dal quadro da un momento all'altro.
Provavo freddo e vertigine e, per la prima settimana di permanenza a Roma, non riuscii a scrivere nemmeno una riga.
Dovevo presentare, entro due settimane, ben dieci recensioni ad altrettanti saggi sulla Storia della Magia, Ermete Trimegisto, Libera Muratoria, persino sull'argomento che più detestavo al mondo e che mi sembrava davvero idiota: l'Ufologia !
La ragazza magra del quadro mi stava osservando ! Ne ero ormai certo. Per quanto, essendo una persona totalmente razionale e per nulla incline al credere nè alla ciarlataneria, nè tantomeno ai cosiddetti "fenomeni occulti", la cosa mi si presentasse come del tutto improbabile se non impossibile.
Fatto sta che la sensazione che provavo era di totale inquietudine, al punto che, dopo la prima settimana, chiuso nell'appartamento con di fronte il mio computer ed un foglio di World compleramente bianco, decisi di uscire e di andarmene dalle parti di Via del Corso. Lì sapevo che vi avrei trovato una bella libreria sotterranea, la "Cicerone" o qualche cosa del genere. Mi sarei disteso un po' fra gli scaffali.
Quando tornai nel mio appartamento, alla Piramide, avvertii un inusuale profumo d'incenso.
La signora che me l'aveva affittato non poteva essere stata: era in vacanza dalla nipote, a Reggio Calabria.
Quel profumo penetrante ed inebriante riempiva tutto il salone e persino la camera da letto ed il bagno. Mi ero ripromesso di non guardare più la riproduzione di Klimt, ma lo feci comunque. Come attratto. Come incuriosito dallo sguardo di quella strana creatura femminile pallida.
Ella non c'era più !
Il quadro si presentava completamente bianco, come la parete.
Dietro le mie spalle avvertii un vento gelido e, successivamente, una particolare ed inconfondibile musica: "Le Danze Ungheresi" di Brahms.
Vomitai.
Il mio corpo fu avvinto dai brividi del terrore.
La Sea era dietro di me e mi sorrideva, pur con il suo sguardo sempre vago e triste, quasi piangente, assente ma presente al contempo. Era sospesa in aria e le sue estremità, bianchissime, erano indefinite e vaghe. Era nuda, ma il suo corpo non presentava rotondità femminili. Era, come dire, "spigolosa". Con un seno appena abbozzato, bianco latte, dai capezzoli rossissimi.
"Sono la Donna Alta", proferì lei con una voce cantilenante e in falsetto.
Trasalii.
Rise a squarciagola e, più la risata aumentava, più questa mi penetrava i timpani ed il cervello.
La Sea-Donna Alta, si librò in volo e iniziò a volteggiare per il salone. Continuando a ridere.
"Le Danze Ungheresi" di Brahms aumentarono d'intensità. Credetti di impazzire.
"Abito questa casa da oltre cent'anni......mi hanno uccisa qui.......qui c'era una casa....quella della mia famiglia......poi vennero loro......AHHHHHHHHHHHHHHHH".
Le sue urla squarciarono la stanza. Le pareti scomparvero. Tutto era bianco e luminoso.
Solo musica.
Quando mi ridestai, se così si può dire, mi ritrovai nel mio laboratorio di Chicago, davanti al mio computer, intento a scrivere la storia che vi ho testè raccontato.
Non so se ciò che mi è accaduto sia mai realmente accaduto.
Infondo io non sono un giornalista, non sono un recensore. Faccio il pasticcere, così come mio padre prima di me e suo padre prima di lui.
Ora scusatemi ma.......devo andare ad infornare i biscotti. Mi chiedo solo se le ossa della povera ragazza - alta, dalle ossa molto lunghe e particolarmente resistenti al mio mortaio, appassionata d'arte come poche - triturate ed aggiunte alle uova, alla farina ed al cioccolato, possano donare ad essi un tocco di succulenza in più.



"Nel buio della (mia) mente" racconto horror by Luca Bagatin
(del 23 ottobre 2010)



Era bassa, molto bassa, vecchia, con un naso sporporzionato rispetto al suo viso. Il mento sporgente, gli occhi chiari rabbiosi, i capelli crespi e grigi.
La incontravo ogni notte nei miei sogni: la Strega dal Manto Rosso.
Non so perché si chiamasse così, in quanto nei miei sogni appariva sempre vestita di nero e bianco. Metà del suo abito era nero e l'altra metà bianco.
M fissava sempre, ogni volta che ci trovavamo sull'atrio della sua casa: un'antica villa in disuso. O apparentemente in disuso.
Sapevo che il suo nome era "la Strega dal Manto Rosso". Lo percepivo dentro la mia mente, anche se lei non proferiva mai parola.
Si limitava a fissarmi e a ghignare. Cercavo di sostenere il suo sguardo, ma ogni volta non vi riuscivo: mi osservava in un misto di odio e terrore.
Allora avevo solo sei anni ed ero soggetto a violente crisi epilettiche che mi facevano spesso perdere conoscenza durante il giorno.
Crescendo, l'isolamento al quale ero costretto dai medici a causa della mia malattia, mi risultò sempre più insopportabile.
Fu allora che i miei incubi si popolarono di una nuova "creatura": la Donna Alta.
Era spaventosa nei suoi quasi tre metri di altezza e nella sua magrezza spettrale che mi permetteva di vederle le ossa, le costole, un seno appena abbozzato e cadente, con due capezzoli avvizziti e bianchissimi.
I lunghi capelli biondi e grigi, gli occhi impercettibili e trasparenti.
Cantava una dolcissima melodia. Ne avevo paura.
Una notte la Donna Alta e la Strega dal Manto Rosso mi apparvero, nel medesimo sogno.
Volevano strangolarmi.
Solo allora mi accorsi di possedere dei poteri psichici che mi permettevano, durante il sogno, di tenerle lontane, riuscendo a scaraventarle contro invisibili pareti nere. O quantomeno così apparivano al mio occhio.
Mi svegliai in preda al panico e dalla mia bocca uscirono copiosi fiotti di sangue che sporcarono il cuscino e le bianche lenzuola del mio letto.
Non riuscivo a proferire parola. I miei muscoli erano paralizzati.
La Strega dal Manto Rosso era lì con me: era mia madre.
Mi guardava dall'alto.
Lì, accanto a lei, la Donna Alta: era mio padre.
Abbozzarono un sorriso.
Poi scoppiarono a piangere: il mio letto si era trasformato nella mia tomba, con tanto di lapide.
La vista mi si annebbiò.
Dissolvenza in nero.
Nero.
Scrivo dal buio, con il solo ausilio della mia mente.
Pur consapevole che non c'è nessuno che mi possa sentire.




30 agosto 2011

Alla ricerca del piacere perduto: cortometraggio by Luca Bagatin

Agosto moglie mia non ti conosco. Ed infatti io non sono sposato.
Agosto è quasi terminato per cui, visto che è iniziato con la riproposizione di un mio vecchio racconto horror-noir, desidero concluderlo nel medesimo modo.
Ecco a voi un racconto che scrissi e pubblicai il 22 agosto 2008.
Ci rivediamo a settembre che è, peraltro, fra qualche giorno.

Luca Bagatin (nella foto con Dario dall'Argento vivo addosso come l'Argentina, come avrebbe detto una certa Annamaria amica di Bazardelleparole)



ALLA RICERCA DEL PIACERE PERDUTO
by Luca Bagatin


Io e Louise, la mia ex ragazza.

Era strano trovarmela lì di fronte, anni dopo avermi lasciato senza motivo.
Da quel 1 luglio 2003 non l'avevo più vista né sentita, a parte qualche voce di una sua relazione con l'FBI: la polizia federale.

"Dai, cucciolo....Non sei contento di vedermi ?"
"No"
"Perché no ?"
La osservavo e più la guardavo e più mi scendevano le lacrime.

Musica di sottofondo. Un Blues.

Un rantolo. Confusione....alle orecchie.
Strani suoni. Strane voci. Colori e immagini sfocate.
Ancora un rantolo. Un fermito convulso.
Poi più nulla.

Mi svegliai intontito e mi alzai da terra dove probabilmente ero caduto battendo la testa.
Mi usciva del sangue dalla bocca. La mia lingua era tagliata e lussata. La mia testa girava.
Di fronte a me Lei.

"Ciao. Sono Donna, mi riconosci ?"
"No"
"Donna Carson"
"Capisco. E....Louise dov'è ?"
"Morta"
"Morta ?"
"L'ho uccisa e seppellita io questa mattina"
"Ah"

Interno e/o esterno. Giorno e/o notte. Spazio indefinito.

Una vasca piena di sangue.
Io e Donna facciamo selvaggiamente l'amore......

Voce di sottofondo:
"O forse è solo sesso ?"

E' strano per me fare l'amore in una vasca piena di sangue. Con una donna che conosco appena.
Curioso quantomeno, ma terribilmente eccitante avvertire simultaneamente l'odore del sesso e del sangue fra gemiti impazziti.
Eccolo di nuovo: un rantolo. Confusione. Suoni alternati e alternati da gemiti.
Poi più nulla.

"L'epilessia è così, mio caro Mortimer" mi diceva il dottor S. visitandomi.
"Così come ?"
"Hai presente quando ti si.....beh.....ti si rizza il cazzo ?"

Interno giorno. Ufficio.

Sono alla mia scrivania che sto compilando delle scartoffie in modo del tutto automatico.
Colleghi intorno a me.
Uno di loro, curato, sbarbato, giacca cravatta, occhiali spessi mi si avvicina:

"Louise..... Te la ricordi, Louise ?"
"No"
"Ti sta cercando"
"?"
"Ti sta cercando"
"Prego ?"
"Al primo piano. Ti sta cercando"
"Al primo piano c'è la Direzione Commerciale"
"Ti sta cercando. Louise. Ti sta cercando".

Interno giorno. Ufficio. Primo piano.

Non ricordavo di aver mai visto Louise vestita in modo così seducente.
Ma...forse non si trattava del vestito.
Aveva qualcosa nello sguardo.
Magnetico ?
Non lo so.
Teneramente seduta su quella sedia Luigi XV.....gambe incrociate.....i piedi nudi sulla sedia e....uno sguardo fisso su di me.

"Benvenuto"
"Sì"
"Come va, caro ?"
"Và"
"Vorrai sapere perché me ne sono andata così, senza dirti più niente...."
"Forse. No, dai, è assurdo. E poi lo sai che è meglio lasciar perdere...."
"Ma se sei tu quello che mi ha cercata per anni !"

Mi congedo uscendo dalla stanza salutandola con un cenno del capo.
Fuori trovo un piccolo signore anziano, calvo, dal naso pronunciato come solo gli ebrei ce l'hanno.

"Buongiorno"
"Buongiorno Mortimer"
"Lei conosce il mio nome ?"
"Certo. Sono Altotas, il tuo Maestro, ricordi ?"
"Già !"
"La vita, la morte, il sogno, l'incubo, ricordi, Mortimer ?"
"Sì, Maestro. Ma.....c'è qualcosa che mi sfugge del tutto"

Il vecchio mi sorride.

"Certo, Louise..... Non è vero ?"
"Sì, anche. Ma....qui mi sembra tutto così strano....così irreale...."

Il vecchio scoppia in una fragorosa risata.

"Irreale....E, dimmi, Mortimer, che cos'è "reale" per te ?"
"Forse il Nulla"
"Bene, vedo che ricordi la lezione"

Un rantolo. Confusione....alle orecchie.
Strani suoni. Strane voci. Colori e immagini sfocate.
Ancora un rantolo. Un fermito convulso.
Poi più nulla.

Donna Carson mi guarda dritto negli occhi.
Solo che io sono riverso a terra e la guardo anch'io, ma alzando con difficoltà la testa.
I suoi passi rimbombano nelle mie orecchie.

"Perché no ?"
"Donna...."
"Mortimer. Perché no ?"
"L'hai uccisa, vero ?"
"Io non ho ucciso proprio nessuno, Mortimer"
"Ma l'ho vista. L'hai seppellita tu !"
"In sogno forse, l'hai vista. Come vanno le tue crisi epilettiche, Mortimer ?"
"Donna...."
"Sogna, Mortimer. Tu sogni sempre. Perché pensi che sia fallito il nostro matrimonio ?"
"Oh, Donna...." mi scendono le lacrime incontrollabilmente.

Altotas: "Louise è viva !" e scoppia a ridere guardando fisso l'obiettivo della telecamera.

Entra in scena Baglu, trafelato e sudato, scusandosi con il pubblico.
"A volta i personaggi dei miei cortometraggi finiscono sempre per prendere il sopravvendo nella vita reale. Nella mia, come nella vostra ovviamente. Scusatemi, signore e signori".
Fa un inchino verso l'obiettivo. Poi ammicca con l'occhio destro e accenna un sorriso imbarazzato.

Esterno giorno:

Mortimer e Louise si tengono per mano.
La scena si allarga e si vede chiaramente che sono in posizione supina, all'interno di una grande bara d'ottone poggiata sulla nuda terra.
Donna Carson, munita di badile, getta incessantemente loro addosso del terriccio. Sino a ricoprirli del tutto.
Poi sale in un auto rossa fiammante guidata dal vecchio Altotas.
Si baciano sulla bocca appassionatamente.
L'auto sgomma.
 
Milva intona l'ultimo pezzo della canzone: "Guarda che lunaaaa....che mareee...che lunaaaa"



17 agosto 2011

ANNEXIA: racconto by Luca Bagatin e Lucia "Rehab" Conti

Il racconto horrorifico/fantascientifico che segue lo scrissi il 28 ottobre 2006, a quattro mani, assieme alla cantante Lucia "Rehab" Conti ed è tratto da un mio soggetto.
Il titolo con il quale lo editammo allora era "Niente è mai come sembra". Oggi ho deciso di ribattezzarlo.

L.B. (nella foto con D.A.)



ANNEXIA
di Luca Bagatin e Lucia "Rehab" Conti




Una scritta luminosa appare alla nostra vista ad indicare il nome della città. Un altoparlante dal quale proviene una leziosa voce femminile ci annuncia: "Benvenuti ad Annexia signore e signori. Anche quest'oggi una nuova giornata si apre per voi nella metropoli urbana che tutto il Pianta c'invidia..." Una ragazza a piedi nudi percorre il pulitissimo ed ordinato viale principale. Si gira verso l'altoparlante: "Ha proprio rotto questa STRONZA !". Si toglie dalla bocca il cewingum che sta masticando e lo appiccica energicamente all'apparecchio che prosegue comunque la sua litania. "Cazzate !" Ci volta le spalle e se ne va verso il Grande Edificio: l'Università.
Ligeya è una fuoricorso senza troppa voglia di emergere dalla massa né di studiare. E' una tipa di poche parole che cerca di farsi gli affaracci suoi quando non le rompono gli zebbedei. Cosa che purtroppo le capita abbastanza spesso: lei è "diversa" e sempre più spesso oggetto di derisione ed antipatia da parte delle sue compagne di corso (l'Università è unicamente femminile). Ligeya veste sempre di nero che ad Annexia è considerato il colore della sporcizia. Ciò, unito alla sua abitudine di andarsene in giro a piedi scalzi, scandalizza profondamente talune sue compagne abituate a vestire Prada o Yves Saint Laurent. Ligeya sorride e lancia loro sguardi fra il malizioso ed il maligno forse più espliciti delle parole: "Siete delle sgualdrinelle. Vi sgozzerei una ad una se ne avessi voglia. Non prima però di avervi stuprate con il collo di una bottiglia ! Ahahahahahah...". Questo il suo pensiero post adolescenziale ogni volta che le vede sghignazzare alle sue spalle o mentre parlano del belloccio di turno che si è fatto Litz o Betty.
Linda Blow è l'insegnante di lettere più temuta e rispettata del Grande Edificio. Una cinquantenne tirata come un sacchetto sottovuoto. Bocca a culo di gallina e trucco pesante. Corporatura asciutta ma imponente. Sul suo conto giravano le storielle più bizzarre, anche se l'unica accertata è quella che il marito si è suicidato con un colpo di pistola diretta al cuore dopo aver scoperto i ripetuti tradimenti di lei con il suo miglior amico.
Ligeya non ama lo studio, dicevamo, (ad Annexia la frequenza ai corsi universitari è considerata un “BENEFICIO OBBLIGATORIO”) né perché abbia scelto psicometria dei ratti di fogna. Forse per prendere le misure del suo stesso cervello (quei simpatici roditori torvi e asociali in fondo le somigliano…) e sentirsi un po' più "normale" dopo il periodo dell'ospedale psichiatrico in cui fu ricoverata a seguito di un coktail di Xanax alla banana e Southern Comfort  che la sparò direttamente in uno stato onirico tra il catatonico ed il comatoso (aveva scelto il Southern Comfort perché dei suoi vecchi amici, recentemente giustiziati in base alla legge sull’eliminazione fisica dei borderlines irrecuperabili, avevano avuto un tempo una band clandestina di “kick-rock” e il loro pezzo
di punta si chiamava proprio “Il conforto del sud”…).
Ligeya in ogni caso ha un'idiosincrasia per Linda Blow e la cosa appare reciproca. Due opposti che non si incontreranno mai.
Baglu è l'inserviente/magazziniere del Grande Edificio. Un uomo taciturno e dedito al suo lavoro il cui unico vizio è quello del fumo. Purtuttavia è costretto dalla legge a nasconderlo

Ah...non vi avevamo detto che la Legge di Annexia prevede sanzioni sino all'ergastolo per i trasgressori della Legge sulle Droghe. Sono considerata Droghe tutte le sostanze considerate pericolosissime  per la salute ovvero tabacco, alcool, allucinogeni, benzadrina, bibite gasate analcoliche, cibi con un elevato contenuto calorico nonché tutti i cibi transgenici. Il livello di salutismo di Annexia è massimo. Ed il Governo Democratico-Cristiano-Conservatore-Islamico ha stabilito che "il salutismo è la religione del nostro Stato indipendente". Baglu è un ex galeotto a suo tempo internato per tentato omicidio. Accusa infondata ma....la Legge è per tutti la stessa ad Annexia e la Cultura del Sospetto è materia di studio nelle scuole medie inferiori e superiori dello Stato.
Baglu simpatizza subito con Ligeya con per la quale prova una certa comprensione. Potrebbe esserle padre, purtuttavia Baglu ad Annexia non potrà mai diventarlo in quanto sono inibiti i rapporti sessuali con l'altro sesso agli ex galeotti. Pena il taglio netto dei genitali. "Una società evoluta non può permettersi di..." recita la vocina femminile leziosa dell'altoparlante che ha aperto la nostra storia.
Linda Blow non è il tipo che fa sconti a nessuno. E' un'insegnante tutta d'un pezzo ("pezzo di merda" sostiene Ligeya) che dimostra di credere fermamente nella Civilità di Annexia (ella fra l'altro è stata collaboratrice della Presidenza dello Stato in qualità di Responsabile della Comunicazione). La Civiltà di Annexia si fonda principalmente sulla superiorità delle convenzioni piuttosto che su quella delle convinzioni. "Essere educati e sorridenti con tutti nonché perseguire un ritmo di vita sano ed equilibrato, sono le regole auree..." ci ricorda la stronza dell'altoparlante di cui sopra.
Un giorno di un mese non meglio precisato Linda Blow chiama Ligeya nel suo ufficio. "Signorina Meringa, mi pare che il suo comportamento nei confronti dello studio e delle altre compagne di scuole sia deprecabile. Come assolutamente deprecabile è il suo abbigliamento vergognosamente oltraggioso nei confronti di questa Istituzione. Devo pertanto annunciarle un periodo di sospensione dalle lezioni da trascorrere presso l'Ospedale Riabilitativo della Città."

Ligeya fa un palloncino con la gomma da masticare il cui schiocco risuona nella stanza. Guarda l'insegnante tenendola in pugno con lo sguardo: l'una di fronte all'altra. A bruciapelo le sferra, con la pianta del piede scalzo, un calcio in piena faccia con una mossa da simil- judoka professionista rompendole il setto nasale. Il sangue dal naso della Blow esce copioso. La prof. preme un pulsante rosso e compaiono in pochi istanti dei ragazzini con le pupille dilatate che fanno rabbrividire Ligeya.
Linda Blow le prende i polsi e li stringe forte: "Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...." le dice con voce nasale e gutturale dilatando anch'essa le pupille. I ragazzini ripetono a loro volta in una litania continua: Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...".
Sulla porta compare Baglu, armato della sua fedele ramazza. Si infila una mano in tasca ed in un nanosecondo spara un colpo con una Bodeo anni '60 colpendo il cranio di uno dei ragazzini. "Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto...Che cosa hai fatto....che cosa hai fatto..." prosegue la nenia in un crescendo fobico ossessivo. (Le armi sono vietate ad Annexia).

Dissolvenza.....

Baglu e Ligeya corrono lungo i viali della città inseguiti da Linda Blow (che nel frattempo si è trasformata in un mutante della specie dei Rettiliani) alla testa dei ragazzini (nel frattempo trasformatisi in esserini grigi detti appunto, i Grigi).
“Come va?” chiede Baglu
“Incazzata!” soffia Ligeya
“Incazzata?”
“Sì incazzata, odio tutto questo e odio l’urinoterapia, i massaggi drenanti e le unghie quadrate cazzo!!! E quei Grigi rompicoglioni. E la stronza che li guida, ovvio. Avrei dovuto mirare a quella bella testa di biscia…”

Voce fuoricampo: "Perché...no..."

Entrano nel primo edificio che si presenta loro aperto. Si tratta di un modernissimo palazzone bianco la cui hall è completamente spoglia e vuota. Si presenta loro davanti un nanetto deforme e ballerino vestito di rosso.

"itunevneB...etinev noc em". Lo seguono passando attraverso delle ampie tende rosse poste alla fine dell'atrio.

Dissolvenza.

Voce fuoricampo: "oN !"

Nero. Rosso.

Voce di Baglu: "Annexia era una terra felice....ecilef ! enoizazzinoloC.... Colonizzazione...."
Ligeya: "ALIENI !"
Attorno a loro file interminabili di bianchi letti d'ospedale. Corpi inanimati. Donne e bambini urlanti vestiti di nero a piedi nudi. Uomini deformi. Sono entrati in un manicomio.

Il manicomio di Annexia si chiama in realtà "Ospedale Riabilitativo della Città" (O.R.C.). In esso sono internati tutti gli esseri umani che un tempo abitavano la città ora colonizzata da mutanti e demoni d'ogni specie. Non si sa esattamente in che modo sia avvenuta tale colonizzazione. Probabilmente in modo pacifico. Il danaro fine a sé stesso, la pubblicità ossessiva e massificante, la perdita di creatività da parte degli individui, la mancanza di sicurezze interiori, potrebbero essere alcune possibili cause della sconfitta dell'umanità di fronte alla nuova Civlità Mutante di Annexia.

Voce fuoricampo: "Sono le vicissitudini della vita..."


Baglu e Ligeya entrano indisturbati nel Palazzo del Governo.

Voce fuoricampo: "Perche no ?"

I due cominciano a sparare all'impazzata contro i mutanti ed i demoni che li hanno nel frattempo circondati all'interno dell'edificio (dove avranno trovato le armi ad Annexia vietate ?). Incredibilmente riescono ad abbatterli. Ligeya con la solita mossa della judoka abbatte una solida porta in ferro con su scritto: "Ufficio del Grande Vecchio". "Benvenuti ad Annexia signore e signori. Anche quest'oggi una nuova giornata si apre per voi nella metropoli urbana che tutto il Pianta c'invidia...". Trovano una giovane e minuta donnina seduta ad un tavolo con un microfono "on air". Si avvicina loro il nanetto di cui sopra: "etneiN è iam emoc arbmes". Ligeya: ".....la stronza dell'altoparlante !" La donnina sorride loro e si schermisce: "Mi dispiace....questo è il prezzo da pagare per avere una Civiltà evoluta. Eliminare la curiosità e la creatività. Garantire la sopravvivenza del Popolo. Assecondare gli istinti del Popolo evitando che esso possa trasgredire regole prestabilite. La Colonizzazione......l'hanno voluta gli umani." BANG !


Dissolvenza.          

BI-BI-BI-BIP...BI-BI-BI-BIP..BI-BI-BI-BIP.. !!!!!!!
Miss Meringa si sveglia di soprassalto. Yvonne detesta le sveglie e lo svegliarsi presto la mattina.
"Edgar sarà già al lavoro...ahhhhunnnn...che sonno !".
Edgar è suo marito. "Che cazzo di sogno ho fatto ! La Colonizzazione....io che mi chiamavo come quella tipa di quel racconto di Poe....Quel Baglu poi...che nome buffo ! Ed il nanetto...brr...che impressione ! E il cronicaio...e quella troietta dalla voce metallica...."
DRIIIIIINNNN !!!! DRIIIIIINNNN !!!! DRIIIIIINNNN !!!! Suonano alla porta.
Yvonne va ad aprire. Una dottoressa in camice bianco le afferra i polsi ed un energumeno vestito da infermiere le tappa la bocca con un panno al cloroformio. "Sono Linda Blow, signorina Meringa, la dottoressa che la ha in cura....ricorda ? Ci spiace l'intrusione in casa sua, ma....lei non può fuggire dall'ospedale così, senza avvertire. Si calmi. La sua sindrome borderline merita di essere curata. Siamo qui per curarla".

Yvonne cade fra le braccia dell'energumento, priva di coscienza. La Dott.ssa Blow le pratica un'iniezione. Siamo qui per curarla.Siamo qui per curarla.Siamo qui per curarla.Siamo qui per curarla.Siamo qui per curarla.Siamo qui per curarla.Siamo qui per curarla.Siamo qui per curarla.Siamo qui per curarla.Siamo qui per curarla.
Primissimo piano sull'ago della siringa.


Dissolvenza.

Il nanetto danzante vestito di rosso ci viene incontro e con voce gioviale ci informa:  "Niente è mai come sembra".


Luca Bagatin & Lucia "Rehab" Conti



5 agosto 2011

"La vera storia di Nosferatu" racconto by Luca Bagatin

Estate, tempo di vacanze e di...incubi !
E così ho deciso di riproporvi delle "vecchie glorie" horririfiche di questo blog.
Alcuni racconti che scrissi diversi anni fa fra l'horror, il fantascientifico ed il noir.
Il primo racconto che desidero riproporvi qui di seguito è: "La vera storia di Nosferatu", che scrissi il 22 ottobre del 2007.

L. B.(nella foto con Dario Argento)
 

LA VERA STORIA DI NOSFERATU
di Luca Bagatin



Lo conobbi nell'ottobre del 2000, quando avevo 21 anni, e da allora, ogni notte, entra nei miei incubi e talvolta appare anche accanto a me e mi sfiora la spalla con i suoi artigli, senza proferire null'altro che il mio nome: "Baglu......."
Friedrich Wilhelm Murnau lo conobbe nell'ottobre 1900, quando aveva l'età di 12 anni.
"Nosferatu", così si presentò al giovane futuro regista e sceneggiatore cinematografico tedesco, massimo esponente dell'espressionismo.
Incarnaziono e del Diavolo o semplice Spirito maligno elementare ?
Nosferatu, l'essere nero dotato di artigli prominenti e di aguzzi denti necessari per essere affondati nella carne delle giovani vergini.
Nosferatu, come lo chiamavano i contadini valacchi. "Il Non Morto" che su questa Terra si incarnò in epoca antichissima per soddisfare la sua sete di terrore.
Nosferatu si nutriva, oltre che di sangue, principalmente delle paure umane e la paura, si sa, è, come la tristezza: aspetto dell'animo umano raramente controllabile e raramente sedabile con facilità.
Friedrich Wilhelm Murnau non ne ebbe quasi mai paura e per questo divenne un Suo umile adoratore.

Nel 1922, all'apice del successo quale regista, Gli dedicò il suo capolavoro: "Nosferatu, eine Symphonie des Grauens", in Italia conosciuto come "Nosferatu il vampiro", ispirato a "Dracula" di Bram Stoker e che costerà a Murnau una causa per violazione del copyright avviata dagli eredi dello stesso Stoker e che lo costringerà a distruggere tutte le copie esistenti del film salvo una che ci consegnò l'opera intatta sino ai giorni nostri.
A salvarla si disse fosse stato lo stesso Murnau. In realtà, fu salvata da Nosferatu in persona !
Anche Bram Stoker lo incontrò, purtuttavia Nosferatu gli proibì di scrivere alcunché sulla sua esistenza almeno sino all'avvento del XXesimo secolo: il secolo del trionfo del Terrore (l'avvento di Hitler, Stalin, Saddam Hussein e Milosevich fu sistematicamente pilotato da Nosferatu).
Stoker pubblicò il suo "Dracula" nel 1897, falsamente affermando di essersi ispirato al conte Vlad Tapes, e da allora lui e la sua famiglia furono rinnegati e maledetti dall'Essere Nero.
Nel film "Nosferatu il vampiro", il ruolo del protagonista, chiamato Conte Orlok, fu riservato ad un attore tedesco, ambiguo e sinistro, Max Schreck.
Si provi a tradurre dal tedesco il nome Max Schreck: se ne ricaverà pressapoco "Massimo Terrore".
Un Max Schreck attore, in effetti, non è mai esistito in realtà e il Conte Orlok fu interpretato da Nosferatu stesso e per Suo stesso volere !

Non potete immaginare quanto sia terribile per me rivelare a voi queste notizie altrimenti irreperibili financo negli anfratti più nascosti.
Il Conte Orlok, Nosferatu, prima o poi verrà a saperlo ed allora.......sarà tutto finito.




29 gennaio 2011

LA DONNA ALTA: racconto horror/grottesco di Luca Bagatin

omaggio a Jorge Luis Borges




Ero appena arrivato nell'appartamento affittatomi da una cara signora ultranovantenne, moglie di un defunto amico giornalista. Non voglio rivelare i loro nomi, in quanto non sarebbero rilevanti ai fini della storia che mi appresto a raccontare. E poi, su di loro, voglio mantenere il massimo riserbo.
La cara signora condivideva con il marito la passione per l'arte di Gustav Klimt. Arte che, da profano, mi aveva sempre un po' inquietato. Non so dire bene perché: forse perché rappresentava una magrezza ed una tristezza di fondo che mal riuscivo a sopportare.
Non ho mai sofferto di "Sindrome di Stendhal" o simili, però non posso assicurare che, quanto mi stava accadendo di fronte ad un quadro di Klimt, non fosse qualche cosa di molto simile.
Tachicardia, vertigine.......talvolta la riproduzione della "Sea Serpents" di Klimt, posta alla parete bianca del salotto dell'appartemento affittatomi, sembrava quasi prendere vita.
Mi sentivo come se lo sguardo della "Sea" mi penetrasse ed ella potesse uscire dal quadro da un momento all'altro.
Provavo freddo e vertigine e, per la prima settimana di permanenza a Roma, non riuscii a scrivere nemmeno una riga.
Dovevo presentare, entro due settimane, ben dieci recensioni ad altrettanti saggi sulla Storia della Magia, Ermete Trimegisto, Libera Muratoria, persino sull'argomento che più detestavo al mondo e che mi sembrava davvero idiota: l'Ufologia !
La ragazza magra del quadro mi stava osservando ! Ne ero ormai certo. Per quanto, essendo una persona totalmente razionale e per nulla incline al credere nè alla ciarlataneria, nè tantomeno ai cosiddetti "fenomeni occulti", la cosa mi si presentasse come del tutto improbabile se non impossibile.
Fatto sta che la sensazione che provavo era di totale inquietudine, al punto che, dopo la prima settimana, chiuso nell'appartamento con di fronte il mio computer ed un foglio di World compleramente bianco, decisi di uscire e di andarmene dalle parti di Via del Corso. Lì sapevo che vi avrei trovato una bella libreria sotterranea, la "Cicerone" o qualche cosa del genere. Mi sarei disteso un po' fra gli scaffali.
Quando tornai nel mio appartamento, alla Piramide, avvertii un inusuale profumo d'incenso.
La signora che me l'aveva affittato non poteva essere stata: era in vacanza dalla nipote, a Reggio Calabria.
Quel profumo penetrante ed inebriante riempiva tutto il salone e persino la camera da letto ed il bagno. Mi ero ripromesso di non guardare più la riproduzione di Klimt, ma lo feci comunque. Come attratto. Come incuriosito dallo sguardo di quella strana creatura femminile pallida.
Ella non c'era più !
Il quadro si presentava completamente bianco, come la parete.
Dietro le mie spalle avvertii un vento gelido e, successivamente, una particolare ed inconfondibile musica: "Le Danze Ungheresi" di Brahms.
Vomitai.
Il mio corpo fu avvinto dai brividi del terrore.
La Sea era dietro di me e mi sorrideva, pur con il suo sguardo sempre vago e triste, quasi piangente, assente ma presente al contempo. Era sospesa in aria e le sue estremità, bianchissime, erano indefinite e vaghe. Era nuda, ma il suo corpo non presentava rotondità femminili. Era, come dire, "spigolosa". Con un seno appena abbozzato, bianco latte, dai capezzoli rossissimi.
"Sono la Donna Alta", proferì lei con una voce cantilenante e in falsetto.
Trasalii.
Rise a squarciagola e, più la risata aumentava, più questa mi penetrava i timpani ed il cervello.
La Sea-Donna Alta, si librò in volo e iniziò a volteggiare per il salone. Continuando a ridere.
"Le Danze Ungheresi" di Brahms aumentarono d'intensità. Credetti di impazzire.
"Abito questa casa da oltre cent'anni......mi hanno uccisa qui.......qui c'era una casa....quella della mia famiglia......poi vennero loro......AHHHHHHHHHHHHHHHH".
Le sue urla squarciarono la stanza. Le pareti scomparvero. Tutto era bianco e luminoso.
Solo musica.
Quando mi ridestai, se così si può dire, mi ritrovai nel mio laboratorio di Chicago, davanti al mio computer, intento a scrivere la storia che vi ho testè raccontato.
Non so se ciò che mi è accaduto sia mai realmente accaduto.
Infondo io non sono un giornalista, non sono un recensore. Faccio il pasticcere, così come mio padre prima di me e suo padre prima di lui.
Ora scusatemi ma.......devo andare ad infornare i biscotti. Mi chiedo solo se le ossa della povera ragazza - alta, dalle ossa molto lunghe e particolarmente resistenti al mio mortaio, appassionata d'arte come poche - triturate ed aggiunte alle uova, alla farina ed al cioccolato, possano donare ad essi un tocco di succulenza in più.



1 novembre 2010

"Notte senza sogni": racconto horror by Luca Bagatin



Un gruppo di ragazzini aveva appena preso a calci un gattino nero.
Era la notte di Halloween e tutto, in Virgina, era lecito.
Dopo averlo preso a calci l'avrebbero strangolato, gli avrebbero cavato gli occhi e sgozzato con un temperino. Fra schiamazzi e risate.
Sarebbero tornati a casa nelle loro comode villette e l'avrebbero raccontato ad altrettanto ridanciani genitori, i quali erano appena tornati da esclusive feste in maschera.
Che cosa ci facesse in Virginia la Strega dal Manto Rosso, proprio non lo sappiamo.
Solitamente lei abitava la mente dei bambini malati.
Si era fermata davanti alla carcassa senza vita e mutilata del gattino nero. L'aveva preso fra le mani, baciato, leccato lasciandogli addosso una vischiosa bava verdastra e......rianimato.
Piccoli miagolii e, poi, il gattino fu nuovamente libero di correre.
Primo piano sugli occhi senza vita della Strega.
Visione dall'alto del centro abitato.
La porta di una delle villette abitate dai piccoli bulli si spalancò. Un vento gelido spazzò via la mobilia e, con essa, gli abitanti della casa: mamma, papà e figlio, che andarono a finire contro la parete. Urtandovi fragorosamente.
La Strega dal Manto Rosso entrò.
Non ci mise molto a cavar loro gli occhi e a lasciarli completamente ciechi.
Riservò lo stesso trattamento agli altri bulletti ed allo loro famigliole.
Un sorriso beffardo si stampò sul viso della Strega: nessuno, sino ad allora, l'aveva mai vista ridere.




23 ottobre 2010

"Nel buio della (mia) mente" racconto horror by Luca Bagatin



Era bassa, molto bassa, vecchia, con un naso sporporzionato rispetto al suo viso. Il mento sporgente, gli occhi chiari rabbiosi, i capelli crespi e grigi.
La incontravo ogni notte nei miei sogni: la Strega dal Manto Rosso.
Non so perché si chiamasse così, in quanto nei miei sogni appariva sempre vestita di nero e bianco. Metà del suo abito era nero e l'altra metà bianco.
M fissava sempre, ogni volta che ci trovavamo sull'atrio della sua casa: un'antica villa in disuso. O apparentemente in disuso.
Sapevo che il suo nome era "la Strega dal Manto Rosso". Lo percepivo dentro la mia mente, anche se lei non proferiva mai parola.
Si limitava a fissarmi e a ghignare. Cercavo di sostenere il suo sguardo, ma ogni volta non vi riuscivo: mi osservava in un misto di odio e terrore.
Allora avevo solo sei anni ed ero soggetto a violente crisi epilettiche che mi facevano spesso perdere conoscenza durante il giorno.
Crescendo, l'isolamento al quale ero costretto dai medici a causa della mia malattia, mi risultò sempre più insopportabile.
Fu allora che i miei incubi si popolarono di una nuova "creatura": la Donna Alta.
Era spaventosa nei suoi quasi tre metri di altezza e nella sua magrezza spettrale che mi permetteva di vederle le ossa, le costole, un seno appena abbozzato e cadente, con due capezzoli avvizziti e bianchissimi.
I lunghi capelli biondi e grigi, gli occhi impercettibili e trasparenti.
Cantava una dolcissima melodia. Ne avevo paura.
Una notte la Donna Alta e la Strega dal Manto Rosso mi apparvero, nel medesimo sogno.
Volevano strangolarmi.
Solo allora mi accorsi di possedere dei poteri psichici che mi permettevano, durante il sogno, di tenerle lontane, riuscendo a scaraventarle contro invisibili pareti nere. O quantomeno così apparivano al mio occhio.
Mi svegliai in preda al panico e dalla mia bocca uscirono copiosi fiotti di sangue che sporcarono il cuscino e le bianche lenzuola del mio letto.
Non riuscivo a proferire parola. I miei muscoli erano paralizzati.
La Strega dal Manto Rosso era lì con me: era mia madre.
Mi guardava dall'alto.
Lì, accanto a lei, la Donna Alta: era mio padre.
Abbozzarono un sorriso.
Poi scoppiarono a piangere: il mio letto si era trasformato nella mia tomba, con tanto di lapide.
La vista mi si annebbiò.
Dissolvenza in nero.
Nero.
Scrivo dal buio, con il solo ausilio della mia mente.
Pur consapevole che non c'è nessuno che mi possa sentire.



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"La vita mi pesa, ma credo sia debito di ciascun uomo
di non gettarla se non virilmente o in modo che rechi
testimonianza della propria credenza."

 Giuseppe Mazzini